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Il nodo irrisolto dell’iniziazione cristiana: diventare cristiani oggi
Giorgio Ronzoni

1. Iniziazione cristiana: la riscoperta di un’espressione antica

La pubblicazione nel 1972 dell’Ordo initiationis christianae adultorum e la sua traduzione in italiano nel 1978 col titolo di Rito dell’iniziazione cristiana degli adulti[1] hanno a poco a poco riportato in uso pastorale un’espressione quasi dimenticata. In precedenza, si nominava l’iniziazione cristiana quasi soltanto nei testi di storia della chiesa e della liturgia. La prassi pastorale ordinaria non aveva alcun bisogno di ricorrere a questa espressione: semplicemente si amministrava il battesimo ai bambini appena nati e gli altri sacramenti ai fanciulli e ragazzi che avevano frequentato la catechesi preparatoria, come del resto si continua a fare anche oggi.

Gli operatori pastorali – i parroci in primo luogo – conoscono bene però l’esito di questa socializzazione religiosa: la maggior parte di coloro che hanno ricevuto la cresima a dodici, quattordici e perfino diciotto anni, subito dopo smette di partecipare all’eucaristia festiva e alla vita della parrocchia.

La crescente difficoltà della prassi pastorale di stampo tridentino nel riuscire a formare i cristiani del XX secolo richiede dei cambiamenti che l’episcopato italiano ha tentato di promuovere fin dagli anni ’70 con il «documento base» Il rinnovamento della catechesi[2] e il piano pastorale Evangelizzazione e sacramenti[3]. Quei documenti esortavano la chiesa italiana – soprattutto le parrocchie – innanzitutto a promuovere l’evangelizzazione, distinta dalla catechesi e previa ad essa. Inoltre, per quanto riguarda la catechesi vera e propria, stabilivano che fosse (a) rivolta agli adulti e ai giovani, non solo ai fanciulli e ragazzi; (b) incentrata su Gesù Cristo più che su una dottrina; (c) tendente a formare una mentalità di fede più che a dare una pura e semplice istruzione; (d) introduttiva all’esperienza delle principali dimensioni della vita ecclesiale ecclesiali e non solo a un sapere teorico.

La pubblicazione del RICA – di per sé un libro liturgico, un rituale – dette a molti studiosi e operatori pastorali la sensazione di aver trovato finalmente un nome complessivo per tutto ciò che si stava cercando di realizzare nella pastorale catechistica: iniziazione cristiana, appunto. Questo testo infatti non regola solo la celebrazione in cui si amministrano i sacramenti del battesimo, cresima ed eucaristia agli adulti, ma disciplina anche il cammino catechistico e rituale precedente e seguente: (a) il precatecumenato, (b) il catecumenato e (c) la mistagogia. Ognuna di queste tappe prevede un certo tipo di annuncio e di catechesi, determinate figure ministeriali e celebrazioni appropriate. Ecco perché, negli anni ’80 e ’90 in Italia, l’espressione «iniziazione cristiana» diventò quasi una parola d’ordine per coloro che cercavano di ricondurre all’unità le indicazioni degli anni ’70 concernenti il percorso col quale si diventa cristiani. L’intuizione iniziale, però, non fu sempre svolta correttamente, dando origine anche a equivoci e diatribe che in parte si trascinano ancor oggi[4].

2. Un linguaggio purtroppo impreciso

Gli equivoci nascono quando le persone attribuiscono significati diversi alle parole. Nel nostro caso furono soprattutto alcuni che studiavano e lavoravano nell’ambito della catechesi a parlare di iniziazione cristiana con un senso diverso da quello usato da altri studiosi, soprattutto liturgisti.

Semplificando all’estremo, l’iniziazione cristiana strettamente intesa è la celebrazione dei tre sacramenti: battesimo, cresima ed eucaristia; si diventa cristiani ricevendo questi sacramenti. Ovviamente, essi non agiscono in modo magico: è necessaria – oltre alla fede – una preparazione e uno sviluppo successivo alla loro celebrazione. In senso più ampio si può quindi dire che faccia parte dell’iniziazione cristiana anche tutto il cammino catechistico e celebrativo che comprende il catecumenato e la mistagogia.

Questo lungo cammino formativo era ovviamente al centro dell’interesse di catecheti, pastoralisti e pastori, al punto che molti di essi quasi identificavano l’iniziazione cristiana col catecumenato, nonostante i richiami dei liturgisti. Sulla linea di questa impostazione troppo sbilanciata sul versante educativo si possono citare perfino alcuni documenti dell’Ufficio catechistico nazionale (= UCN) e del Consiglio permanente della CEI. Nella Nota Il catechismo per l’iniziazione cristiana dei fanciulli e dei ragazzi[5] si dice, ad esempio, che la catechesi «costituisce il momento centrale e fondamentale» dell’iniziazione cristiana (cf. n. 9); e in precedenza si fornisce una lunga definizione ripresa poi anche in altri documenti:

Per iniziazione cristiana si può intendere il processo globale attraverso il quale si diventa cristiani. Si tratta di un cammino diffuso nel tempo e scandito dall’ascolto della Parola, dalla celebrazione e dalla testimonianza dei discepoli del Signore attraverso il quale il credente compie un apprendistato globale della vita cristiana e si impegna a una scelta di fede e a vivere come figlio di Dio, ed è assimilato, con il battesimo, la confermazione e l’eucaristia, al mistero pasquale di Cristo nella chiesa (n. 7).

Questa descrizione permette di evidenziare un secondo equivoco: si parla di iniziazione descrivendola come un apprendistato. Dal punto di vista dell’antropologia culturale, un’iniziazione è invece l’ingresso in un nuovo status mediante il superamento di prove e la celebrazione di riti segreti. L’apprendimento non manca del tutto, ma non è l’elemento prevalente: nell’iniziazione non tanto si impara qualcosa, quanto piuttosto si diventa qualcuno.

Da questo equivoco è facile passare al terzo: si usa la parola «iniziazione» col senso di «introduzione», o «avviamento», o «educazione progressiva». Nasce così un numero indefinito di espressioni fuorvianti come «iniziare» alla liturgia, alla Bibbia, alla preghiera, alla vita morale o addirittura ai sacramenti. Da quest’ultima, poi, derivò la lunga polemica: «Iniziare ai sacramenti o mediante i sacramenti?».

Di certo le chiarificazioni terminologiche non sono sufficienti a risolvere i problemi dell’iniziazione cristiana, ma per poter sperare di affrontare il problema con qualche frutto è necessario cominciare da qui.

3. Un grande disagio, ma quale problema?

Il secondo passo, dopo la ricerca di un linguaggio più preciso e condiviso, è il tentativo di accordarsi su quale sia effettivamente il problema che si vuole affrontare. Quasi tutti gli operatori pastorali sono d’accordo nel dire che «così non si va avanti», manifestando in tal modo il loro disagio riguardo all’attuale prassi catechistica e sacramentale, ma la diagnosi del problema non è ancora del tutto sicura. È forse un problema di mentalità dei pastori, che magari hanno nostalgia delle chiese piene di gente o che – in gran parte – rimangono ancorati alle forme classiche di cura animarum? O è davvero carente il modo in cui oggi «si fanno i cristiani»?

Si può anche definire «fallimentare» l’esito dell’iniziazione cristiana per l’abbandono della pratica sacramentale da parte di coloro che ricevono la cresima, ma ci si deve chiedere se sia realistico aspettarsi qualcosa di diverso. Far partecipare regolarmente i bambini alla catechesi e ai sacramenti non garantisce affatto che continueranno a comportarsi nello stesso modo da giovani e da adulti, anzi! Durante l’adolescenza si cambia, si sceglie: ciò che si è vissuto durante l’infanzia può essere importante e significativo, ma le scelte di vita ulteriori si compiono anche in base a nuovi bisogni, valori, modelli e desideri.

Nel postconcilio la chiesa italiana ha cercato di essere accanto alle ragazze e ai ragazzi nell’età del cambiamento con la presenza dei catechisti e dei sacerdoti. Per dare occasione a questa presenza ha progressivamente spostato l’età della cresima – che un tempo era celebrata più o meno contemporaneamente alla messa di prima comunione – giungendo in taluni casi fino a diciotto o vent’anni. Questa scelta ha comportato un’inversione nell’ordine con cui da sempre venivano amministrati i sacramenti (battesimo, cresima ed eucaristia) e soprattutto il conio di motivazioni poco o per nulla fondate teologicamente: la confermazione come «sacramento della maturità cristiana» o addirittura come «conferma del battesimo»… In ogni caso, oggi non può più individuare il momento del passaggio all’età adulta così da poterlo segnare con un sacramento e accompagnare con un’attenzione educativa di media durata. La condizione giovanile si prolunga per moltissimi anni e finora non si trovano ragioni definitive per fissare al suo interno un’età della cresima come migliore rispetto ad altre: l’enorme disparità di prassi celebrative in Italia sta a dimostrarlo.

L’abbandono della pratica religiosa, che sembra raggiungere l’apice soprattutto tra i quattordici e i diciotto anni[6], non sembra imputabile tanto al fallimento dell’iniziazione cristiana precedente, quanto piuttosto alla difficoltà di formulare proposte di pastorale giovanile che interessino agli adolescenti. Non si deve quindi mettere in discussione l’iniziazione cristiana (solo) per la fuga degli adolescenti dalle parrocchie[7]: si devono valutare i suoi effetti anche sotto altri punti di vista. Ma anche qui le difficoltà non sono poche: se è impossibile verificare sperimentalmente l’efficacia del battesimo e degli altri sacramenti, non è facile nemmeno constatare i risultati della partecipazione alla catechesi dai sei ai quattordici anni circa, a meno che ci si accontenti di riscontrare l’apprendimento di qualche basilare nozione dottrinale.

C’è allora chi – come Bressan – ritiene che l’iniziazione cristiana sia «una introduzione che tale deve rimanere, senza quindi portare ad eccessi»[8] e che pertanto non sia giusto chiedere all’iniziazione cristiana più di una buona introduzione alla grammatica religiosa. D’altra parte, c’è invece chi pensa – come Alberich – che dovremmo cercare di ottenere di più, perché «il paradosso e il fallimento [consistono in] un processo di iniziazione che è diventato in realtà un processo di conclusione della vita cristiana»[9]. In base alle attese di partenza, quindi, cambiano completamente le valutazioni sulla situazione attuale e le proposte per il futuro. Ci sono perfino operatori pastorali che non vedono alcun problema: la chiesa, amministrando i sacramenti e insegnando la dottrina ai fanciulli e ragazzi, depone nella loro vita un seme che germoglierà se e quando verrà il momento propizio. Agli uomini non toccherebbe altro compito che quello della semina, lasciando a Dio il raccolto.

Non sono però molti coloro che arrivano a negare l’esistenza delle difficoltà legate all’iniziazione cristiana, ma come si è visto, ben più difficile è raggiungere un consenso su quali siano effettivamente questi problemi, perché diverse sono le opinioni di partenza su ciò che ci si potrebbe attendere – in concreto – dall’azione pastorale della chiesa.

Chi si aspetta «poco» dall’iniziazione cristiana può accontentarsi di piccole modifiche all’impianto attuale e proporre l’accoglienza più ampia dei richiedenti, ponendo il minimo di condizioni previe per l’ammissione ai sacramenti. Chi si aspetta «molto» – cioè un’esplicita scelta di vita cristiana, un’adesione tendenzialmente stabile e definitiva al credo e alla morale cattolica – propone condizioni previe più esigenti e modifiche più sostanziose alla prassi attuale.

L’episcopato italiano, per ora, non prende posizione per l’una o l’altra opzione, e cerca di tenere insieme la più ampia accoglienza possibile con la proposta delle mete pastorali e spirituali più elevate. Emerge però la consapevolezza che questa prassi pastorale, di fatto, genera fedeli di due diversi «livelli specifici»: la «comunità eucaristica» – cioè quelli che partecipano alla messa domenicale e alla vita ecclesiale – e la comunità battesimale, vale a dire quelli che sono stati battezzati ma vivono poi nell’indifferenza religiosa[10].

Si deve allora riconoscere che in mancanza di una visione complessiva condivisa e di obiettivi chiari non si può ancora indicare con precisione quale sia «il» nodo problematico dell’iniziazione cristiana. Non è però inutile tentare di individuare alcuni problemi parziali e aspetti meritevoli di ulteriore riflessione teologico pastorale.

4. Un cammino di tipo catecumenale

Come si è detto, tra catecumenato e iniziazione cristiana esiste una differenza ma anche una stretta relazione: la riscoperta dell’iniziazione cristiana ha portato perciò a un consenso molto esteso – anche se non sempre espresso con precisione – sulla necessità di un’ispirazione catecumenale per la catechesi. Sono ormai numerosi i testi magisteriali che sostengono questa esigenza: Christifideles laici n. 61; Catechismo della Chiesa cattolica n. 1231; Direttorio generale per la catechesi nn. 90-91[11], oltre naturalmente all’introduzione italiana del RICA, che è all’origine questa scelta.

Il catecumenato rappresenta un punto di riferimento per il rinnovamento della catechesi (a) perché propone una formazione multidimensionale, comprendente un’istruzione biblica e dottrinale, celebrazioni rituali e un vero e proprio tirocinio di vita morale e spirituale; (b) perché ha carattere graduale, comprendente tappe ben definite; (c) perché mantiene un riferimento costante alla comunità cristiana all’interno della quale si svolge. Non è semplice tradurre tutto questo in una prassi catechistica e celebrativa adatta ai fanciulli e ai ragazzi.

Un primo tentativo risale al 1991 col catechismo della CEI Sarete miei testimoni[12]che propone un itinerario di preparazione alla cresima scandito in sei tappe, concluse ciascuna da una celebrazione. Un tentativo più recente (2001), più ampio ed esplicito nei suoi riferimenti catecumenali, è la Guida per l’itinerario catecumenale dei ragazzi[13]; in essa si delinea un itinerario propriamente catecumenale per quei ragazzi di età compresa tra i sette e i quattordici anni che non hanno ricevuto il battesimo e chiedono di accedere all’iniziazione cristiana, ma anche per i loro coetanei che – con il consenso delle loro famiglie – partecipano al medesimo itinerario per ricevere insieme a loro la cresima e l’eucaristia. Altri tentativi in questo senso da parte di alcune parrocchie e diocesi sono ancora poco numerosi, ma aumentano costantemente e si perfezionano con l’esperienza.

5. Modalità celebrative più adeguate

Il percorso catechistico non è l’unico aspetto a essere messo in questione: si pongono anche delle doverose domande sulla celebrazione dei sacramenti.

Anticamente esisteva un luogo dedicato esclusivamente all’iniziazione cristiana – il battistero – e un tempo preciso per celebrarla: la notte di Pasqua. Oggi spesso la celebrazione dei sacramenti dell’iniziazione avviene nei luoghi e tempi più disparati, scelti più per esigenze pratiche che per esprimere il mistero di Cristo morto e risorto. Inoltre, questi riti sono stati disposti nell’arco di molti anni e si è inserita in mezzo ad essi la celebrazione di un altro sacramento: la riconciliazione (nella forma di prima confessione). È difficile riconoscere in questa impostazione il carattere iniziatico, che infatti era caduto in oblio da secoli. Oggi la riscoperta dell’unità dell’iniziazione cristiana sta spingendo alcuni parroci e vescovi a cercare una modalità celebrativa che esprima questa unità.

Un aiuto in questo senso è venuto dalla Nota del Consiglio permanente della CEI sull’iniziazione dei fanciulli e ragazzi; al n. 54 essa prevede – come si è già accennato – che insieme ai veri e propri catecumeni di questa età che vengono ammessi all’iniziazione, anche i loro coetanei possano ricevere, nella stessa celebrazione, il sacramento della cresima e la comunione eucaristica[14]. Alcune parrocchie hanno orientato tutti i loro ragazzi a ricevere i sacramenti della cresima e dell’eucaristia secondo questa modalità, perfino quando non vi siano catecumeni. Oppure nella veglia pasquale si amministra il battesimo ai bambini, l’eucaristia ai fanciulli e la cresima ai ragazzi, sottolineando così l’unità dell’iniziazione, ma senza modificare la scansione abituale.

È da registrare comunque un ritorno della questione sull’opportunità del battesimo dei bambini che era già emersa negli anni ’70 e che aveva trovato una risposta autorevole nel 1980 da parte della Congregazione per la dottrina della fede[15]; il documento invita pastori e genitori a battezzare i bambini purché sussista una speranza di poterli in seguito educare cristianamente. Oggi è proprio questa speranza – in molti casi – a farsi sempre meno realistica, perciò si pone da parte dei ministri del sacramento la domanda di individuare criteri perché l’amministrazione di questo sacramento «nella fede della chiesa» (fides aliena) non sia un puro nominalismo.

Rimane inoltre aperto il problema dell’inserimento della riconciliazione all’interno dei sacramenti dell’iniziazione. Su questo tema l’ultima indicazione risale al 1971, quando fu aggiunto un Addendum al Direttorio catechistico generale intitolato Iniziazione ai sacramenti della penitenza e della eucaristia[16] e ribadiva «la prassi comune e generale da cui non si può derogare senza il beneplacito della Sede Apostolica» (n. 5) di premettere la confessione alla prima comunione. La questione non è stata ripresa nel nuovo Direttorio generale per la catechesi, anche perché, nel frattempo, il Codice di diritto canonico (1983) ha ribadito questa norma (can. 914).

6. I soggetti dell’iniziazione cristiana

Dando uno sguardo anche fugace a una messa di prima comunione, o a un rito della cresima, o in certi casi anche a un battesimo, le modalità abituali di celebrazione fanno sorgere delle domande circa la partecipazione e il coinvolgimento dei presenti.

Le iniziazioni, nelle società in cui sono praticate, non hanno spettatori: la segretezza dei riti lo impedisce; ci sono solo iniziatori e iniziandi. Nell’iniziazione cristiana, com’è pratica nel nostro contesto, invece, la presenza di spettatori è evidente: di solito si tratta dei genitori e degli altri parenti che in queste occasioni compongono quasi «in esclusiva» l’assemblea liturgica. Il resto della comunità è spesso assente o quasi per problemi si spazio, di orari ecc. Se durante la celebrazione i genitori sono spettatori passivi – più o meno emotivamente partecipi – in precedenza non sono stati molto più attivi: nella maggior parte dei casi la parrocchia si limita a richiedere che almeno uno dei due – non necessariamente sempre lo stesso – sia presente come uditore a un certo numero di incontri del tipo «conferenza».

Spesso non si coglie la contraddizione tra il ruolo passivo degli adulti presenti a questi incontri e ciò che si afferma in quelle occasioni: di fatto si chiede loro di ascoltare e imparare, proprio mentre si afferma che devono parlare e insegnare. Si dice loro che sono «i primi catechisti» dei figli, ma li si tratta come persone che non sanno e non fanno. Assegnare un ruolo attivo ai genitori nell’iniziazione cristiana dei loro figli, quindi, è difficile. Non basta esortarli: è necessario aiutarli e accompagnarli, tenendo conto delle notevoli differenze che esistono tra loro a livello di fede e partecipazione alla vita ecclesiale.

Dagli anni ’70 in poi – seguendo l’invito di Evangelizzazione e sacramenti – si è colta la domanda dei sacramenti per catechizzare i richiedenti: in questo caso, i genitori dei fanciulli e ragazzi. Oggi si è un po’ più consapevoli che molti non possono partecipare a una catechesi se non hanno ancora accolto il «primo annuncio» del vangelo, mentre rappresentano una minoranza coloro che hanno familiarità con esso. La catechesi familiare promossa negli ultimi anni da alcune parrocchie e diocesi sembra una strada promettente per sbloccare la passività – non necessariamente colpevole – dei genitori. È però una soluzione molto costosa in termini di risorse umane: per accompagnare il cammino di fede dei genitori e il loro impegno di comunicazione di fede in famiglia occorrono catechisti più numerosi e più preparati che per la catechesi ai fanciulli e ragazzi di stampo tradizionale. Purtroppo, in qualche caso, si è avviata la catechesi familiare senza aver preparato in precedenza le persone necessarie a realizzarla.

7. Una molteplicità di situazioni, linguaggi e approcci

Di iniziazione cristiana si parla anche negli orientamenti CEI per il primo decennio del 2000. Qui si afferma di essa qualcosa in più, rispetto a tutte le riflessioni precedenti: si dice che l’iniziazione cristiana dovrebbe essere addirittura il modello della pastorale.

La comunità cristiana dev’essere sempre pronta a offrire itinerari di iniziazione e di catecumenato vero e proprio. Nuovi percorsi sono richiesti infatti dalla presenza non più rara di adulti che chiedono il battesimo, di «cristiani della soglia» a cui occorre offrire particolare attenzione, di persone che hanno bisogno di cammini per «ricominciare». La nostra «conversione pastorale» è, in qualche misura, già in atto ed è sollecitata dai cambiamenti nella società e di fronte alla fede. […] Al centro di tale rinnovamento va collocata la scelta di configurare la pastorale secondo il modello della iniziazione cristiana, che – intessendo tra loro testimonianza e annuncio, itinerario catecumenale, sostegno permanente della fede mediante la catechesi, vita sacramentale, mistagogia e testimonianza della carità – permette di dare unità alla vita della comunità e di aprirsi alle diverse situazioni spirituali dei non credenti, degli indifferenti, di quanti si accostano o si riaccostano al vangelo, di coloro che cercano alimento per il loro impegno cristiano (n. 59).

A fronte di una molteplicità di situazioni religiose vissute dalle persone del nostro tempo, la pastorale – come l’iniziazione cristiana degli adulti – dovrebbe offrire proposte diverse. Il primo annuncio per coloro che non credono e per quelli che si affacciano sulla soglia della fede e della vita ecclesiale; per coloro che hanno accolto il vangelo, invece, catechesi, sacramenti e testimonianza di carità.

Se l’iniziazione cristiana è sempre stata ed è ancora un «fare i cristiani», la pastorale non può più essere semplicemente una «cura d’anime» nel senso di amministrare sacramenti e sacramentali a coloro che con l’iniziazione sono diventati per sempre «fedeli». Nei battezzati non si può più presupporre la fede[17]: tanto meno un comportamento in tutto conforme alle norme ecclesiali. La chiesa è chiamata perciò ad articolare l’azione pastorale assumendo il modello dell’iniziazione cristiana, cioè differenziando le proposte secondo la diversa condizione delle varie persone.

Un esempio di questa tendenza è la recente promulgazione del nuovo Rito del matrimonio che prevede molti possibili adattamenti, proprio in funzione della condizione degli sposi nei confronti della fede della chiesa[18].

8. L’iniziazione cristiana degli adulti: una novità che ne porterà altre con sé

Tra le diverse situazioni di fede con cui deve misurarsi la pastorale, non manca quella di persone adulte o ragazzi che chiedono il battesimo. Negli anni ’70 questa situazione era così rara che i documenti ecclesiali di quel decennio potevano permettersi di parlare di catecumenato – senza neanche le virgolette – per indicare la catechesi permanente, i cammini di preparazione al matrimonio e le proposte formative successive alla cresima. Non sussisteva il timore di fare confusione perché il catecumenato vero e proprio in Italia semplicemente non esisteva ancora.

Si tratta dell’ennesima contraddizione riguardante l’iniziazione cristiana: quella degli adulti dovrebbe essere in certo qual modo la forma principale, «tipica»[19], ma quasi nessuno la conosce, spesso nemmeno gli stessi sacerdoti. Tutti invece conoscono, almeno a grandi linee, la forma «derivata» di iniziazione, quella dei fanciulli e ragazzi. È una situazione che sta per cambiare in tempi abbastanza brevi. Oggi infatti i catecumeni ci sono e sembra che ce ne saranno sempre più in futuro: sia italiani che provenienti da altri stati.

Se un giorno anche in Italia – come avviene già in diversi altri paesi – si battezzeranno degli adulti ogni anno in ogni parrocchia, anche l’iniziazione cristiana dei fanciulli e dei ragazzi sarà fortemente spinta al cambiamento. Sarà più facile interrompere gli automatismi che oggi fanno sì che i sacramenti siano richiesti anche da coloro che non partecipano alla vita ecclesiale. È anche probabile che la proposta di primo annuncio si rafforzi e alcuni adulti già battezzati trovino l’occasione per riscoprire e approfondire la propria fede.

È difficile immaginare che l’iniziazione dei fanciulli e ragazzi sia destinata a scomparire, ma una maggior presenza di quella degli adulti forse gioverà a entrambe.

Sommario

«Iniziazione cristiana» è un’espressione tornata nell’uso corrente pastorale da una trentina d’anni, con la pubblicazione del Rito dell’iniziazione cristiana degli adulti. Il significato con cui questa espressione viene usata non è uguale per tutti: sono numerosi gli equivoci e i dibattiti in merito. Al di là delle questioni terminologiche, è però in questione il modo con cui si diventa cristiani oggi in Italia. «Iniziazione cristiana» è l’espressione comprensiva di un gran numero di realtà e problemi che devono essere affrontati uno per uno. Si è alla ricerca di un’impostazione di catechesi più ispirata al modello catecumenale. Si tentano modalità celebrative che esprimano meglio l’unitarietà dell’iniziazione. Si prova a coinvolgere maggiormente la presenza dei genitori nell’educazione religiosa dei loro figli. Soprattutto, si guarda all’iniziazione cristiana come a un modello per la pastorale perché prevede proposte diverse rivolte a persone che dal punto di vista della fede si trovano in situazioni diverse. La celebrazione dell’iniziazione cristiana degli adulti sembra destinata a diventare sempre più comune nelle nostre parrocchie e questa novità non mancherà di influire sull’iniziazione cristiana dei fanciulli e dei ragazzi.

Nota bibliografica

Documenti ecclesiali

Rito dell’iniziazione cristiana degli adulti, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 1978; UCN, Il catechismo per l’iniziazione cristiana dei fanciulli e dei ragazzi, cit.; Consiglio permanente della CEI, Nota pastorale L’iniziazione cristiana: 1. Orientamenti per il catecumenato degli adulti (30 marzo 1997), in ECEI 6, 613-730; Id., Nota pastorale L’iniziazione cristiana 2. Orientamenti, cit; Id., L’iniziazione cristiana. 3. Orientamenti per il risveglio della fede e il completamento dell’iniziazione cristiana (8 giugno 2003), LDC, Leumann (TO) 2003; CEI, Nota pastorale Il volto missionario delle parrocchie in un mondo che cambia (30 maggio 2004), EDB, Bologna 2004; Episcopato del Triveneto, Iniziazione cristiana: un invito alla speranza, Editrice San Liberale, Treviso 2002.

Studi introduttivi recenti

L’iniziazione cristiana, fascicolo monografico di «CredereOggi» 89 (1995); L. Bressan, Iniziazione cristiana e parrocchia. Suggerimenti per ripensare una prassi pastorale, Ancora, Milano  2002; Aa.Vv., Generare alla vita e alla fede. L’Azione Cattolica Italiana e l’iniziazione cristiana, AVE, Roma 2003; G. Benzi - T. Giungi (edd.), Diventare cristiani. L’iniziazione cristiana tra problemi e ricerca di nuove vie, LDC, Leumann (TO) 2004; G. Ronzoni (ed.), Iniziazione cristiana: un invito alla speranza. Atti del Convegno catechistico regionale (Padova, 2 giugno 2004), Libreria Gregoriana Editrice, Padova 2004.



[1] Conferenza episcopale italiana (= CEI), Rito dell’iniziazione cristiana degli adulti, LEV, Città del Vaticano 1978 (= RICA).

[2] CEI, Documento pastorale Il rinnovamento della catechesi (2 febbraio 1970), in ECEI 1, 2387-2973.

[3] CEI, Documento pastorale Evangelizzazione e sacramenti (12 luglio 1973), in ECEI 2, 385-506.

[4] Per la ricostruzione della storia di questo dibattito, cf. P. Caspani, La pertinenza teologica della nozione di iniziazione cristiana, Glossa, Milano 1999.

[5] UCN, Il catechismo per l’iniziazione cristiana dei fanciulli e dei ragazzi. Nota per l’accoglienza e l’utilizzazione del catechismo della CEI (15 giugno 1991), in ECEI 5, 231-325, citazioni nei nn. 259. 267.

[6] Cf. M. Castiglioni - G. Dalla Zuanna - P. Giorio - L. Gui - G. Ronzoni, Vaccinati o contagiati. I giovani di Padova e la religione, Gregoriana Editrice, Padova 1997.

[7] A. Castegnaro, La prassi pastorale dell’iniziazione cristiana nell’attuale contesto socio-culturale. Situazioni, problemi, opportunità, in «Quaderni della Segreteria Generale CEI» 6 (13/2002) 24-48.

[8] L. Bressan, Iniziazione cristiana e parrocchia. Suggerimenti per ripensare una prassi pastorale, Ancora, Milano 2002, p. 58.

[9] E. Alberich, Considerazioni sul futuro, in «Il Regno attualità» 45 (8/2000) 225.

[10] Cf. CEI, Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia. Orientamenti pastorali per il primo decennio del 2000 (29 giugno 2001), LDC, Leumann (TO) 2001, n. 46.

[11] Cf. Giovanni Paolo II, Esortazione apostolica post-sinodale Christifideles laici (30 dicembre 1988), in EV 11, 1606-1900. Congregazione per il Clero Direttorio generale per la catechesi (15 agosto 1997), LEV, Roma 1997.

[12] CEI, Sarete miei testimoni, Fondazione Santi Francesco e Caterina, Roma 1991.

[13] Servizio nazionale per il catecumenato, Guida per l’itinerario catecumenale dei ragazzi, LDC, Leumann (TO) 2001.

[14] Consiglio permanente della CEI, L’iniziazione cristiana 2. Orientamenti per l’iniziazione cristiana dei fanciulli e dei ragazzi dai 7 ai 14 anni (23 maggio 1999), EDB, Bologna 1999.

[15] Congregazione per la dottrina della fede, Istruzione Pastoralis actio. Sul battesimo dei bambini (20 ottobre 1980), in EV 7, 587-630.

[16] Congregazione per il clero, Direttorio catechistico generale (1 aprile 1971), in EV 4, 453-654.

[17] Cf. Commissione episcopale per la dottrina della fede, l’annuncio e la catechesi, Questa è la nostra fede. Nota pastorale sul primo annuncio del Vangelo (15 maggio 2005), LDC, Leumann (TO) 2005.

[18] Rituale Romano riformato a norma dei decreti del Concilio Ecumenico Vaticano II promulgato da Papa Paolo VI e riveduto da Papa Giovanni Paolo II, Rito del matrimonio, seconda edizione tipica, LEV, Roma, 2004.

[19] «È importante quindi richiamare l’attenzione sul fatto che l’itinerario, graduale e progressivo, di evangelizzazione, iniziazione, catechesi e mistagogia è presentato dall’“Ordo” con valore di forma tipica per la formazione cristiana» (RICA, Premesse n. 1).


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