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La giovane teologia di una chiesa giovane
A. Ratti

Con questo numero «CredereOggi», dopo l’apprezzata serie dedicata negli anni scorsi ai teologi del XX secolo, inaugura un nuovo ciclo di monografie dedicate alle teologie contestuali, cioè alle diverse teologie sviluppate in contesti culturali, sociali ed ecclesiali diversi e distanti dai modelli di vita e pensiero europei e nordamericani, con i quali ci sentiamo più familiari. Rivisiteremo dunque, in questa e nelle prossime annate, le teologie dell’Africa, dell’Asia e dell’America Latina, cercando di presentarne le caratteristiche distintive e gli aspetti originali.
È ormai risaputo che si sta verificando nel cristianesimo uno spostamento inesorabile di baricentro: dal mondo occidentale verso il Sud e l’Est del mondo. Ma il contesto culturale in cui nei tempi più recenti il vangelo è stato comunicato all’interno di culture e tradizioni che non l’avevano ricevuto prima, ha anche contribuito allo sviluppo di una riflessione teologica specifica di questi nuovi contesti e all’uso di metodologie diverse o in contrasto con quelle utilizzate dalla teologia tradizionale. Queste forme contestuali di teologia si possono classificare ampiamente in due categorie: quelle che cercano di esprimere il messaggio evangelico all’interno di una particolare cornice filosofica o culturale o, in alternativa, quelle che prediligono l’analisi sociale come punto di partenza per la prassi cristiana e per la riflessione su di essa. Le teologie emergenti dall’Asia, dall’Africa e dall’America Latina, vengono spesso denominate anche «teologie del terzo mondo» oltre che «teologie contestuali». Il primo appellativo sottolinea il loro predominante interesse verso problematiche politiche ed economiche che affliggono le zone del pianeta da cui sorgono, configurandosi come «teologie della liberazione». Parlare invece di «teologie contestuali» significa riferirsi più ampiamente a modelli di riflessione che privilegiano il paradigma dell’inculturazione: a volte in opposizione alle teologie «classiche», che si proponevano come universali, quelle contestuali si propongono come appropriate ad una determinata cultura, relative certo, ma adattate – appunto – al contesto.
Cominciamo con la giovane teologia delle chiese dell’«Africa nera» sulla quale il fascicolo si concentra. Una teologia in rapido avanzamento, che propone un pensiero desideroso di affermarsi e di essere conosciuto al di là dei confini del continente da cui scaturisce e in cui appare troppe volte rimanere imprigionato. Questa elaborazione teologica richiede quindi attenzione e ascolto, per permetterle di «parlare» con la libertà che merita, senza farle sentire come un peso – è piuttosto un pregio – il fatto di essere «adolescente», cioè, letteralmente, in via di crescita. Il doversi confrontare con altri sistemi teologici che per tanti decenni sono stati imposti anche in Africa (nel contesto della cosiddetta «missione civilizzatrice») può ancora incutere un certo timore in questa teologia, e – come sostiene il comboniano Renato Kizito Sesana – rischia di soffocare la fiducia che deve avere in se stessa, per paura di sbagliare o di risultare scomoda.
Sono due i principali paradigmi teologici che guidano la ricerca degli studiosi africani, ce li presenta nell’ambito dello sviluppo parallelo dell’evangelizzazione e della teologia in Africa Francis Anekwe Oborji con il suo articolo introduttivo: il versante dell’inculturazione (preso in esame dall’intervento di Bénézet Bujo) e quello della liberazione (approfondito da Jean-Léonard Touadi).
La via dell’inculturazione, che tanta attenzione ha ricevuto da parte dei teologi africani, non persegue un semplice «rivestimento» delle verità di fede o dei riti liturgici elaborati dalla chiesa con elementi presi dalla cultura africana, quasi volendo «adattare» (o mascherare) ciò che non è nativo ed è percepito estraneo. La questione seria dell’inculturazione – precisava già A. Shorter – è quella della «trasformazione cristiana delle culture», che sono sistemi coerenti di significati e valori da fecondare attraverso l’evangelizzazione, nell’attesa della fioritura da esse di espressioni genuinamente inculturate di una fede assimilata e integrata. In questo senso è ben difficile porre limiti all’inculturazione, se la trasformazione cristiana della cultura è intrapresa con onestà, rimando fedele sia all’annuncio genuino di Cristo, sia agli autentici valori della cultura e della religiosità africane. Il sorgere di una liturgia inculturata è, a questo proposito, il segno più visibile di una chiesa che prende coscienza della propria peculiarità ed esprime una originale comprensione del dato rivelato in una ritualità adatta al genio e all’indole della porzione del popolo di Dio che, con tale liturgia, dovrà rivolgersi al suo Signore (Jean-Paul Masi Kwambamba). Come poi ci mostra il contributo di Jean-Pierre Sieme Lasoul, la cristologia è una delle aree maggiormente «rivisitate» dai teologi africani dell’inculturazione. La rilettura della persona di Cristo attraverso i titoli tipicamente africani ci aiuta a cogliere quel processo di «appropriazione» dell’identità del Salvatore che lo rende più vicino e accessibile ai cristiani dell’Africa.
La teologia africana della liberazione, nata inizialmente come reazione all’oppressione coloniale e razziale (teologia sudafricana) si è poi sviluppata anche come risposta all’oppressione degli africani da parte degli africani, ivi compresa la situazione delle donne (e la conseguente evoluzione di una teologia della liberazione «al femminile»). Liberazione quindi, innanzitutto, da una povertà che non è solo di mezzi materiali di sussistenza, ma una «povertà antropologica», che svuota di dignità la persona africana. Un’altra componente di questa teologia è la ricerca di una liberazione «culturale»: qui si realizza una confluenza dei due paradigmi teologici, infatti l’inculturazione può essere vista anche nella prospettiva di liberazione di una cultura calpestata e che ora ritrova se stessa e la volontà di esprimere, attraverso specifici linguaggi e simboli, la propria tradizione e insieme la fede nel Dio di Gesù Cristo. Il teologo presbiteriano ghanese Emmanuel Martey vede proprio nell’accento posto sulla liberazione cultural-religiosa, ciò che distingue l’ermeneutica teologica africana da quella della teologia occidentale.
Le sfide per l’evangelizzazione in Africa restano molteplici: la prima è senz’altro il dramma della povertà e della miseria, unita al frequente stato di belligeranza o di tirannia che si riscontra nei paesi africani. Ma non si può sottovalutare la tragica frammentazione del mondo cristiano, con la presenza di migliaia di «sette» e «chiese indipendenti» sempre più numerose e in concorrenza, e il necessario dialogo con l’islam e con le altre religioni. L’ecclesiologia cattolica, che ha scelto come centrale la figura della «chiesa-famiglia-di-Dio», tenta una strada di riconciliazione, di superamento delle divisioni etniche, nella ricerca continua dell’unità, che trova il suo primo fondamento nella comunione con Dio (cf. il contributo di Juvénal Ilunga Muya).
Uno sguardo globale alle correnti della teologia africana fa comunque risaltare alcune caratteristiche comuni alle diverse tendenze: l’importanza della vita e del suo accrescimento, la centralità degli «antenati», mediatori della vita che proviene da Dio, il senso della guarigione come reintegrazione della persona nella vita sia fisica che sociale: tutte caratteristiche che provengono dai valori di cui è impregnata la religiosità tradizionale dei popoli africani. La «spiritualità» del corpo e della natura e la forza della religiosità tradizionale africana, che non sono in contraddizione con la rivelazione cristiana, ma piuttosto da rileggere nella luce che da essa promana, vengono presentate negli articoli di Kipoy Pombo e Martin Nkafu Nkemnkia. Infatti, per quanto riguarda la dimensione salvifica, sia il cristianesimo che la religione tradizionale sono orientati alla salvezza. Ma mentre i missionari hanno presentato una salvezza futura, individuale e spirituale, gli africani anelano a sperimentarne una presente, comunitaria e olistica: un ben-essere come possesso della pienezza della vita in un’armoniosa totalità che coinvolga il cosmo intero. «Il desiderio degli africani può essere espresso come ricerca della pienezza di vita in questo mondo» (L. Magesa); infatti – ricorda il teologo J. Okoye – l’Africa tradizionale non aveva miti sulla fine dei tempi, e nemmeno il concetto di una storia che si muove in avanti, verso un climax futuro. Non possedeva racconti sulla caduta dell’umanità, però conosceva un mito sul «ritirarsi» di Dio, senza però avere nessuna narrazione che suggerisse una soluzione per questa perdita o un suo superamento: «L’incontro con il vangelo ha dato all’Africa una concreta speranza escatologica e un obiettivo per la vita umana che trascende l’ordine materiale». L’equilibrio che si deve realizzare tra la visione religiosa africa e la novità cristiana è esemplificato da Okoye nella necessità di un uso della Sacra Scrittura e di una sua interpretazione che siano tipicamente africani senza però cadere negli estremismi selettivi delle chiese indipendenti, che privilegiano l’Antico Testamento, rendendolo addirittura chiave ermeneutica del Nuovo, ponendo l’accento in modo esclusivo sul miracolismo e il prodigioso.
Per integrare i saggi raccolti in questo numero della rivista, nella rubrica Invito alla lettura viene proposto un percorso bibliografico attraverso la letteratura sulla teologia africana in lingua italiana, curato dalla professoressa Danila Visca.
Nella documentazione, infine, è presentata un’ampia selezione delle Propositiones offerte dai padri del Sinodo dei vescovi del 1994 riunito in «assemblea speciale per l’Africa». Nel decimo anniversario di quell’evento Giovanni Paolo II aveva annunciato la sua intenzione «di convocare una seconda assemblea speciale per l’Africa del Sinodo dei vescovi». Attendendo la celebrazione di questa nuova assise sinodale è senza dubbio utile riprendere in mano i risultati della precedente, che trovano la loro espressione compiuta nell’esortazione apostolica Ecclesia in Africa.

(a. r.)


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