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Catechesi: bisogno di mediazione e di contenuti da mediare
A. Ratti

L’idea di dedicare un numero di «CredereOggi» alla catechesi e alle sue questioni è nata sulla scia del successo editoriale del Compendio del Catechismo della chiesa cattolica, uscito nel giugno del 2005, un libro che ha raggiunto le vette delle classifiche delle vendite e ha fatto molto parlare di sé. Soprattutto discutere. In realtà, spesso, i «fautori» e gli «scettici» (se non «oppositori») non contendevano sul testo o la formulazione del Compendio, ma sui significati che, da una parte e dall’altra, vengono ad esso attribuiti come indicazione per il cammino della catechesi.

Non possiamo infatti negare che quando si solleva il problema della catechesi si toccano nervi scoperti e conflittualità non riconciliate.

Da una parte stanno coloro che puntano prioritariamente su «metodi», «cammini», «vie» e «percorsi» di fede, attenti alle persone e ai loro stadi evolutivi: per questa impostazione la fede e la sua comunicazione è una questione di «esperienza» da fare, di «testimonianza» da ricevere per poi «dare». Questione di mediazioni giuste e adatte dunque, che però sembra spesso sorgere in aperta antitesi rispetto a un modello precedente di comunicazione della fede: quello tradizionale basato sull’apprendimento di contenuti dottrinali e morali da credere e applicare alla vita.

Dall’altra parte stanno coloro che, resisi conto dell’esito drammatico di una catechesi povera o quasi priva di contenuti dottrinali sono convinti che, per porre rimedio al dilagare dell’ignoranza religiosa (peraltro innegabile), si debba al più presto tornare a fornire proposizioni chiare che offrono certezze intellettuali. La fede sarebbe questione di conoscenze corrette e il metodo adatto quello insegnante-studente desunto dalla scuola.

La catechesi esperienziale e la catechesi dottrinale si sono così – nella prassi se non nella teoria – via via estraniate e rischiano di non riconoscersi più reciprocamente come portatrici entrambe di valori necessari, ma parziali.

Il merito principale dell’apparizione del Compendio del Catechismo è, a parer nostro, il fatto di aver sollevato di nuovo il problema, risolto – forse – nei documenti e negli studi specialistici, ma di scottante attualità per i catechisti che sono in prima linea deputati alla trasmissione della fede, spesso frustrati dal vedere che non funziona più ciò che una volta era abituale.

Oggi i tempi sono maturi, anche grazie alla sana provocazione che ci viene dalla pubblicazione del Compendio, per ripensare senza animosità un percorso ecclesiale di trasmissione della fede che ha una sua storia, ma deve essere aperto a sviluppi futuri. Schematizzando, forse in modo eccessivo, ma utile, potremmo dire che a una concezione di catechesi, nata e cresciuta in un tempo di «fede non-messa-in-discussione» come «apprendimento dottrinale», tipica fino al concilio Vaticano II, si è opposta (antitesi) una visione che sottolineava la necessità del coinvolgimento esperienziale nella sequela di Cristo, fatta di scelte personali di adesione e di partecipazione convinta, motivata dal diverso clima culturale in cui, nel frattempo, i cristiani si erano trovati a vivere; si è giunti infine a rendersi conto che è auspicabile e desiderabile una sintesi, un cattolico et et, che non trascuri nulla di quanto c’è di buono e di vero in entrambe le posizioni, le quali – se estremizzate – non portano validi frutti.

La prospettiva delle riflessioni che presentiamo è allora così riassumibile: nel nostro tempo la chiesa inserita nelle società occidentali postmoderne non può dare per scontata una comunicazione intrafamiliare, tradizionale, della fede e della pratica religiosa: c’è bisogno di una comunità formata che possa farsi carico dell’iniziazione alla vita cristiana soprattutto di adulti e giovani, attraverso un «primo annuncio» da reinventare. Però l’«iniziazione» che la comunità cristiana deve proporre non è a una religione qualunque, o a un «credere» privo di identità: il Dio di Gesù Cristo è il Dio che si rivela, che ha parlato all’uomo, ha agito nell’incarnazione della storia, è morto ed è risorto. Il sentimento religioso, per quanto forte e motivante, non è ancora la fede nell’unico salvatore Gesù Cristo, conosciuto attraverso la testimonianza degli apostoli e all’interno della comunità di fede che si chiama «chiesa».

La catechesi, che segue il primo incontro con la luce abbagliante e affascinante di Cristo, è necessaria mistagogia che non strappa il velo del mistero, ma conduce colui che ha iniziato a credere a gustare le profondità dello Spirito di Dio, il suo amore preveniente insieme alla sua proposta di vita esigente ma liberante. D’altra parte, il desiderio di conoscere l’amato e di amare colui che è stato conosciuto si implicano scambievolmente in un circolo assai virtuoso.

La vicenda di Gesù raccontata nel capitolo 6 del Vangelo di Giovanni, in un certo senso rimane, oggi come ieri, un paradigma per l’annuncio e la catechesi della chiesa. I discepoli sono entusiasti dell’esperienza di un Messia che sfama le folle distribuendo il pane. Il bisogno soddisfatto – non solo per le necessità materiali, ma anche per quelle dello spirito – è un potente richiamo, perché viene a toccare corde sensibili di ogni individuo. Ma a Gesù non basta essere seguito per i doni di pane (o di senso individuale?) che può elargire a chi va a lui. Egli vuole essere riconosciuto personalmente come «il dono»: « Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo» (Gv 6,51). Anche quando il «linguaggio si fa duro» (6,60) Gesù non si preoccupa di trattenere i suoi seguaci applicando «sconti» al suo messaggio incentrato sulla sua persona. Anzi, proprio quando «molti dei suoi discepoli si tirarono indietro e non andavano più con lui» (6,66) Gesù provoca i Dodici con una frase che non può lasciare indifferente neanche la nostra generazione: «Volete andarvene anche voi?» (6,67). Solo chi ha maturato la propria conoscenza del Cristo, illuminato interiormente dallo Spirito, può rispondere: «Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna; noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio» (6,68-69).

Gli incontri «oceanici» di giovani cristiani che seguivano a milioni il loro carismatico seppur anziano papa Giovanni Paolo II, ci hanno riproposto con vivacità l’immagine di una fede che accende, scalda e motiva, ma che per durare nel tempo ha bisogno di quel «carburante» che papa Benedetto XVI, maestro e mistagogo, è assolutamente determinato a continuare a offrire, con chiarezza e gentilezza: parole che manifestino l’identità di Cristo consegnato nella vivente tradizione apostolica, parole che mettano termine all’afasia di tanti fedeli, giovani o meno, che non sanno più parlare di colui che vorrebbero annunciare, parole – soprattutto – che aiutino anche i cristiani più semplici e fragili a non essere ingannati da quanti presentano un «loro» Gesù, magari «nuovo», e non quello che è lo stesso «ieri, oggi e sempre».

L’esame del Compendio e delle relative questioni sollevate dalla sua pubblicazione sono il fattore catalizzante il presente numero. Apre il fascicolo uno studio storico di Ubaldo Gianetto che sintetizza il percorso plurisecolare del genere letterario «catechismo»: ne vengono rilevati le costanti e i mutamenti nel corso del tempo, fino al Catechismo della chiesa cattolica (1992) e al suo Compendio. Di quest’ultimo, mons. Angelo Amato, segretario della Congregazione per la dottrina della fede, ci offre un autorevole excursus, presentando la gestazione e la genesi del recente vademecum della fede cattolica, fortemente voluto da Giovanni Paolo II e realizzato dal suo successore.

Tre articoli analizzano più nel dettaglio la formulazione e le scelte operate nella «riduzione» del Catechismo. A Riccardo Battocchio abbiamo affidato la valutazione teologica della prima parte: «La professione della fede»; Walther Ruspi ha esaminato la seconda («La celebrazione del mistero cristiano»), mentre Giampaolo Dianin ha proposto le sue riflessioni sulla sezione intitolata: «La vita in Cristo», che espone i fondamentali della morale cristiana. Giorgio Ronzoni, invece, propone i diversi ambiti di utilizzo dei catechismi (alfabetizzazione religiosa, catechesi, insegnamento teologico, dialogo…) tenendo conto dei mutamenti della cultura e delle situazioni a cui rispondere. La formazione dei catechisti è un altro tema sempre di attualità: non può essere sottovalutata la primaria necessità di occuparsi della preparazione integrale di quanti sono chiamati a collaborare al ministero della comunicazione della fede nel ruolo di catechisti. Ce ne parla Giuseppe Morante. La Bibbia e il suo ruolo di «libro della catechesi» è il centro dell’attenzione di Cesare Bissoli che prospetta un equilibrio tra conoscenza, studio e passione per la Sacra Scrittura e per la tradizione, i due canali che portano a scoprire in totalità le ricchezze della parola di Dio: Bibbia e magistero – che si esprime anche negli attuali catechismi – non sono in concorrenza, ma a servizio della completezza della rivelazione e della sua corretta interpretazione.

L’ultimo contributo, di carattere esperienziale, è affidato a Roberto Giannatelli e documenta l’uso di nuovi e coinvolgenti linguaggi (anche mediatici) al servizio della catechesi, fondando questa la ricerca nell’ambito della comunicazione sulle scelte e sulle modalità di annuncio di Gesù «perfetto comunicatore».

La rubrica Invito alla lettura è curata in questo numero dagli esperti colleghi della rivista «Evangelizzare» nella persona di Rinaldo Paganelli.

 


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