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Vivere accanto o vivere insieme? (A. Ratti)
Editoriale

L’immigrazione in Italia – i dati ormai parlano chiaro – non è un fenomeno passeggero o di breve respiro, tanto meno di modesta rilevanza. Le anticipazioni del rapporto annuale Caritas-Migrantes pubblicate lo scorso maggio sono esplicite:

«Se facciamo riferimento al 2006 e teniamo conto che gli ingressi per lavoro sono aumentati (170.000 tra lavoratori fissi e stagionali), che i nuovi nati da entrambi i genitori stranieri (48.384 nel 2005) possono aver raggiunto la quota di 55-60.000, che siano circa 15.000 i neocomunitari insediatisi in Italia, possiamo stimare che il ritmo d’aumento annuale della presenza di stranieri in Italia sia attualmente pari a circa 325.000, il che porta a ipotizzare più che un raddoppio della popolazione immigrata nel corso di 10 anni. L’Italia, con sei milioni di immigrati, diventerà così il secondo paese di immigrazione in Europa dopo la Germania e uno dei più grandi del mondo».

La domanda che a questo punto si pongono gli estensori del rapporto che da anni monitora l’immigrazione italiana è questa: «è doveroso chiedersi se la società italiana stia riuscendo a inquadrare in maniera adeguata un fenomeno che si sta sviluppando a ritmi così sostenuti».

Il volto del nostro paese sta dunque certamente cambiando (cf. l’articolo di Fredo Olivero), ma come sta cambiando la percezione degli abitanti del paese di fronte a mutamenti che coinvolgono la «comprensione comunitaria» della propria identità (nazionale, culturale, e anche etnica e religiosa)?

Il «problema» immigrazione, infatti, sembra essere sempre all’ordine del giorno nei dibattiti politici e dei media, ma trattato appunto come un «problema». Questo modo di porre la questione immigrati a lungo andare non aiuta la formazione di corretti atteggiamenti nei confronti di un fenomeno sociale che rischia di essere visto solo da prospettive negative, che partono cioè dalle difficoltà emergenti piuttosto che dalle opportunità evidenti. La precaria situazione di tanti stranieri –scriveva Giovanni Paolo II nel Messaggio per la giornata del migrante 2003 – «che dovrebbe sollecitare la solidarietà di tutti, causa invece timori e paure in molti, che sentono gli immigrati come un peso, li vedono con sospetto e li considerano addirittura come un pericolo e una minaccia. Ciò provoca spesso manifestazioni di intolleranza, xenofobia e razzismo». I dati, riletti anche dagli interventi di questo numero, ci consentono però di vedere che la realtà dell’immigrazione è diversa dall’immagine che si è andata costruendo e rischia di imprigionare, in un guscio di pregiudizio, le menti e i cuori di troppe persone.

Il punto fondamentale che intendiamo affrontare è quello di un’adeguata comprensione di cosa significhi «integrazione» delle persone che si trasferiscono dalla loro patria d’origine verso un nuovo paese. In esso sperano di trovare non solo «accoglienza» e benessere materiale, ma un vero e proprio luogo dove dispiegare in pienezza le potenzialità umane e sociali di cui sono portatori.

Quando si parla di «integrazione» si potrebbe intendere il termine in senso riduttivo, come se significasse inserire completamente, inglobare un immigrato in una situazione culturale già data e che non deve modificarsi (modello assimilazionista). Al contrario, integrazione può essere fraintesa e divenire «giustapposizione», con la risultante di una marginalizzazione degli emigrati di cui, a parole, si esaltano le particolarità e diversità culturali e religiose (nel nome del pluralismo), ma nei fatti vengono tenuti a distanza. Ciò, a lungo andare, causa una chiusura reciproca tra migranti e autoctoni, con relazioni di tolleranza.

Esiste, peraltro, un paradigma di integrazione che si armonizza con la visione cristiana del fenomeno migrazione, e non nasce certo dalle odierne necessità; è anzi alla base dello sviluppo della civiltà europea nel corso dei secoli. Questo modello tende a promuovere una «fecondazione reciproca delle culture» (sono ancora parole di Giovanni Paolo II nel Messaggio 2004 per la giornata del migrante), la quale «suppone la conoscenza e l’apertura delle culture tra loro, in un contesto di autentica comprensione e benevolenza». «Fecondazione» rimanda al concetto di «unione», di «generazione» di qualcosa di nuovo da parte di due realtà diverse e che pure si riconoscono, imparano a stimarsi con simpatia e alla fine mettono in comune quanto l’una può offrire all’altra. In termini sociologici si parla più spesso, a questo proposito, di «meticciato culturale», metafora equivalente, utilizzata più volte dal card. Angelo Scola in recenti interventi. Quest’ultima espressione può tuttavia essere sentita meno «delicata» di quella usata da papa Giovanni Paolo II, non adatta a un linguaggio «politically correct». Comunque sia, questa «fecondazione» o «meticciato» può far paura solo a chi vede minacciata la pretesa «purezza» di un’identità o di una cultura, senza rendersi conto che è esattamente il processo vivente di costante trasformazione e adattamento culturale a richiedere l’innesto o l’incrocio delle diversità.

Pluralismo diventa «ibridazione», antidoto efficace all’insidia dell’individualismo plurale, che divide la società e la frammenta. La scuola multietnica, già realtà in moltissime parti del nostro paese, è il grembo in cui va maturando il futuro fecondo dell’integrazione (cf. l’intervento di Graziella Favaro; sulle questioni del multietnismo e multiculturalismo cf. l’articolo di Monica Simeoni).

La polisemia dell’immigrazione ci aiuta a comprendere che – come afferma l’Istruzione Erga migrantes caritas Christi riportata nella Documentazione – vanno distinti i concetti «progressivi» di assistenza agli immigrati (o prima accoglienza, piuttosto limitata nel tempo), di accoglienza vera e propria, che riguarda progetti a più largo respiro e di integrazione, obiettivo del lungo periodo, da perseguire costantemente e nel giusto senso della parola. Fermarsi all’assistenza e all’accoglienza non è sufficiente, bisogna puntare all’integrazione, alla formazione di una nuova cittadinanza con diritti e doveri condivisi, con desideri comuni e simboli che parlino a tutti.

La buona volontà e lo zelo cristiano non devono naturalmente far passare sotto silenzio gli ostacoli che si frappongono sul cammino dell’integrazione: non sarebbe realistico pensare a un obiettivo affascinante e convincersi di averlo già raggiunto. Non tutte le culture sono uguali o ugualmente capaci di sintonia (cf. l’articolo di Dipak Raj Pant), le persone sradicate dalla loro terra e trapiantate altrove non sempre trovano con facilità un nuovo equilibrio (a proposito delle difficoltà psicologiche si veda il contributo di Laura Moretto e collaboratori. Per il caso degli zingari e la storia del loro nomadismo e discriminazione rimandiamo allo studio di Laura Lucatello). «Occorre coniugare il principio del rispetto delle differenze culturali – scriveva Giovanni Paolo II nel citato messaggio del 2004 – con quello della tutela dei valori comuni irrinunciabili, perché fondati sui diritti umani universali. Scaturisce di qui quel clima di “ragionevolezza civica” che consente una convivenza amichevole e serena».

In questa ricerca non possiamo poi trascurare la dimensione religiosa, che innegabilmente plasma l’identità culturale e porta con sé memorie ancestrali non facilmente eludibili: negare la componente religiosa, relegandola nella sfera privata, non pare rivelarsi a lungo andare una strategia vincente per gli equilibri sociali. La crescente presenza musulmana e di altre tradizioni religiose, in Italia e in Europa, (di cui parla Giuliano Zatti) si inscrive nel capitolo ampio e complesso dell’incontro tra culture diverse e insieme del dialogo tra religioni. L’incontro e il dialogo – se i cristiani saranno coerenti con se stessi – non possono però far rinunciare a predicare il vangelo di Cristo a ogni creatura. Ovviamente, nel rispetto della coscienza altrui, praticando sempre il metodo della carità. L’annuncio evangelico (non l’imposizione di una religione), che i cristiani sanno trascendere le culture, è infatti in grado di adattarsi ad esse e purificarle. È ovvio allora che il processo di inculturazione del vangelo e di evangelizzazione delle culture non riguarda solo i paesi in cui il vangelo viene «esportato», ma anche quei luoghi, «tradizionalmente» cristiani in cui la cultura va cambiando per l’afflusso massiccio di nuovi apporti e di nuove sfide.

La chiesa che si dice cattolica, fedele all’insegnamento biblico (cf. in proposito l’articolo di Gabriele Bentoglio) non può che essere maestra di pluralità riconciliate e di accoglienza reciproca. Anzi, la chiesa si propone come fucina di unità del genere umano. Afferma il Catechismo della chiesa cattolica: «In essa, tale unità è già iniziata poiché essa raduna uomini “di ogni nazione, razza, popolo e lingua” (Ap 7,9); nello stesso tempo, la chiesa è “segno e strumento” della piena realizzazione di questa unità che deve ancora compiersi» (CCC 775). Le assemblee liturgiche delle nostre città sono le prime incaricate a manifestare che non è retorica la frase per cui: «Nessun fratello è straniero nella chiesa». La comunità cristiana, infatti, non conosce la parola «extracomunitario».

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