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Ricominciare dalla liturgia (l. d.l.)
Editoriale

All’inizio di un nuovo anno pastorale, mentre le nostre comunità stanno approntando i loro programmi e rinnovando gli impegni delle varie attività, ci è sembrato opportuno dedicare un fascicolo al tema della pastorale liturgica, che ci viene segnalato da più parti come uno dei più urgenti nella situazione attuale di una società sempre più secolarizzata.

Scriveva qualche anno fa Alberto Melloni: «A distanza di quarant’anni [dalla promulgazione della Sacrosanctum concilium] si sente che si è tornati a “cominciare” dalla liturgia», tanto che i più pessimisti temono che «si stia covando una riforma della riforma liturgica»[1]. Altri autorevoli liturgisti parlano apertamente di una rinnovata «questione liturgica»: «Il parziale fallimento della riforma liturgica che avrebbe dovuto rinnovare la chiesa per il terzo millennio ha una matrice che viene da molto lontano e riguarda la progressiva anoressia rituale della chiesa, che tradisce qualche imbarazzo a celebrare i riti»[2].

Bastano queste citazioni a mostrare che il problema è molto complesso e riguarda sia i testi che vengono utilizzati (preghiere e letture) sia i riti che risultano non più facilmente decifrabili dai fedeli e talvolta eseguiti freddamente dai ministri stessi. Anche gli interventi dell’autorità ecclesiale non vengono sempre capiti correttamente, come dimostrano le  vivaci discussioni nei mass media, suscitate  dal Motu proprio Summorum Pontificum che liberalizza l’uso della messa in latino secondo il rito tridentino.

A nostro parere la situazione attuale indica che la riforma liturgica è sempre un’opera da compiere e forse è necessario un nuovo movimento liturgico che affronti i nodi ancora irrisolti, come già ricordavano i vescovi italiani nel lontano 1983 (si veda nella Documentazione la Nota pastorale sul rinnovamento della liturgia in Italia).

Con questo fascicolo non intendiamo alimentare la vecchia e pregiudiziale polemica tra «progressisti» e «tradizionalisti», ma semplicemente indicare da un punto di vista pastorale alcune strade da percorrere, in modo che la riforma liturgica del Vaticano II raggiunga veramente lo scopo che si proponeva. Ricominciare dalla liturgia è un imperativo insito nella natura stessa della chiesa, poiché una celebrazione autentica presuppone un annuncio forte del vangelo e una coerente testimonianza di vita. La celebrazione è dunque come una cerniera che collega fede e opere. Il fatto contingente che i lavori conciliari siano cominciati con lo schema sulla liturgia, è stato compreso in uno sguardo retrospettivo come un segno profetico di grande importanza. Anche la situazione odierna, pur nella sua ambiguità, potrebbe essere l’inizio di una rinnovata stagione di entusiasmo e impegno per la liturgia da parte di tutto il popolo cristiano.

Questa intenzione pastorale del fascicolo appare fin dal primo contributo di Gianni Cavagnoli, che offre una riflessione generale sulla riforma liturgica e il suo rapporto con la pastorale quotidiana della chiesa. In particolare si sottolinea la necessità di articolare i vari ministeri necessari alla vita della comunità cristiana, partendo dal loro fondamento che è la partecipazione actuosa nella liturgia. Il problema della comunicazione nell’azione liturgica è affrontato da Giorgio Bonaccorso, che illustra le connessioni tra rito e parola, tra immagini e suoni, che costituiscono i vari linguaggi simbolici con cui la liturgia tenta di far percepire la presenza amorosa di Dio nella storia degli uomini. Carlo Cibien, partendo dal senso del mistero, si domanda invece quale potrebbe essere la strategia educativa per trasformare i fedeli da semplici muti spettatori di un rito a protagonisti responsabili e coscienti, così come li vuole la costituzione conciliare. È questa una tra le accuse che troppo frettolosamente si sentono ripetere nei confronti della liturgia rinnovata: che cioè avrebbe fatto perdere ai fedeli il senso del mistero e del sacro. In realtà il vero problema è un altro: in una società secolarizzata che ha perduto il senso del sacro[3], come può la liturgia far riscoprire la presenza del divino in forme nuove, adatte all’uomo d’oggi?

La domanda è quanto mai attuale, se si considera che in Italia la pratica religiosa e la frequenza alla messa domenicale sono in genere ancora attorno al 30%, cioè su valori molto più alti rispetto ad altri paesi europei. Ciò comporta per i sacerdoti e i laici impegnati nella «cura d’anime» una responsabilità accresciuta nel dare al dies Domini quella centralità pastorale che merita. Su questo punto sono stimolanti le riflessioni di Daniele Piazzi, che insiste sulla necessità di avviare percorsi di vera iniziazione e di formazione per i ministri e i fedeli. Su questa linea educativa si pone anche il contributo di Gianfranco Venturi che analizza gli itinerari di iniziazione cristiana in rapporto alla liturgia, che ne è parte integrante. Infatti si diventa cristiani solo se si coniugano correttamente i tre momenti essenziali: l’ascolto della Parola, la celebrazione dei santi segni e il servizio/testimonianza della vita quotidiana.

Non potendo affrontare sistematicamente tutti i sette sacramenti, si è scelto di dare la preferenza al sacramento della riconciliazione, che sembra oggi quello maggiormente in crisi. Basilio Petrà, descrivendo la variegata situazione dei fedeli che ancora si accostano alla confessione, mette in risalto che esiste una discrepanza tra la percezione che i credenti hanno oggi della vita morale rispetto alle indicazioni del magistero ecclesiale. È questo un problema più teologico che liturgico-sacramentale e la sua soluzione si prospetta assai difficile, basti pensare alle opinioni prevalenti nella popolazione italiana su temi controversi, la cui gravità morale non è certo da sottovalutare, come il divorzio, l’aborto, l’eutanasia, le varie convivenze, cioè in genere tutto ciò che riguarda la sfera sessuale. Anche sotto questo aspetto si vede la necessità di una formazione permanente, sia dei laici che dei presbiteri, come efficacemente dimostra Luigi Girardi. «Il futuro della riforma liturgica si gioca sul terreno della formazione», egli afferma. Ne siamo pienamente convinti: anzi, si potrebbe dire che il futuro della fede (e anche quello del mondo) si gioca tutto sull’educazione e la formazione dei bambini e dei giovani di adesso. Tocca a noi adulti prenderli per mano e guidarli alla scoperta del mistero della vita da celebrare giorno per giorno come dono del Padre, rivelato per mezzo del Cristo suo Figlio e vissuto nell’amore dello Spirito Santo.

L’Invito alla lettura, ricco di indicazioni bibliografiche, e le Recensioni di alcuni volumi sul tema della liturgia chiudono come al solito anche questo fascicolo che riteniamo di sicuro interesse per quanti hanno a cuore la vita della chiesa.



[1] A. Melloni, «Sacrosanctum Concilium» 1963-2003. Lo spessore storico della riforma liturgica e la ricezione del Vaticano II, in «Rivista Liturgica» 90 (6/2003) 915-930, qui pp. 926-928.

[2] R. tagliaferri, La magia del rito. Saggi sulla questione rituale e liturgica, EMP, Padova 2006, p. 13.

[3] Già molti anni fa, in un’opera per molti versi ancora attuale e più volte riedita, lo denunciava S. Acquaviva, L’eclissi del sacro nella società industriale (Ed. di Comunità, Milano 1961; ora anche Mondadori, Milano 1992 con l’aggiunta del sottotitolo: Dissacrazione e secolarizzazione nella società industriale e postindustriale).


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