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Centralità della domenica e urgenze pastorali
Daniele Piazzi

1. La pratica religiosa

Uno dei dati che comproverebbe la tenuta e la vitalità del cattolicesimo in Italia è la frequenza alla messa domenicale. Da più di trent’anni tutte le rilevazioni concordano nell’attestare una frequenza regolare alla messa molto alta rispetto ad altri paesi d’Europa: stabilmente attorno al 28-30%, cui va aggiunto un 20% che va a messa da una a tre volte al mese e un altro 30% che ci va a Natale, a Pasqua e nelle grandi festività.

In una indagine del 2005 commissionata dalla Tavola Valdese all’agenzia Eurisko, quasi tutti gli italiani si definiscono cattolici, l’83%, soprattutto per un fatto di identità e tradizione culturale, visto che poi solo il 25% del totale dice di frequentare la messa domenicale regolarmente. La pratica religiosa tende poi ad aumentare con l’innalzarsi dell’età, e tra le donne[1].

Ma questi alti indici di partecipazione fotografano con esattezza la realtà? Gli esperti di sociologia religiosa hanno sinora sempre accreditato come validi questi dati, ripetutamente raccolti con interviste da un campione della popolazione italiana. Semmai sono i preti a esprimere in proposito dubbi e perplessità. Da un’indagine tra il clero in Italia, condotta nel 2003 da Franco Garelli[2], risulta che molti parroci ritengono la frequenza alla messa non stabile, ma in diminuzione e stimano attorno al 20-22% la media nazionale di chi va in chiesa ogni domenica, ossia 8-10 punti in meno rispetto alle indagini. In alcune zone d’Italia l’osservazione empirica porta la percentuale anche intorno o sotto il 15%.

Chi ha ragione? Il patriarcato di Venezia ha svolto un’indagine su due versanti. Un primo rilevamento si è rivolto direttamente ai praticanti delle messe del 13 e 14 novembre 2004. In un secondo momento, nella primavera del 2005 si è posta la domanda sulla pratica festiva a un campione della popolazione. In entrambi i casi, l’età dei rispondenti presa in considerazione è stata quella compresa tra i 18 e i 74 anni. Le risposte hanno rivelato che l’intervista a campione sovrastimava la presenza alla messa festiva rispetto al rilevamento diretto. Il 26% ha detto di andare a messa tutte le domeniche e un altro 16,5% ha detto di andarci da una a tre volte al mese. Sommati, i frequentanti sarebbero il 42,5% della popolazione del patriarcato. Il conteggio diretto ha di molto abbassato i numeri. Quelli che hanno detto di essere andati a messa anche in tutte e quattro le domeniche precedenti sono il 15% della popolazione. E quelli che hanno detto di esservi andati da una a tre volte sono il 7,7%, che sommati danno il 22,7% della popolazione. Inoltre, quel 22,7% di praticanti misurati sul campo è una percentuale quasi identica a quella stimata da un campione di preti del patriarcato di Venezia intervistati nel corso della stessa ricerca, oltre che coincidente col sentire diffuso dei preti italiani a livello nazionale.

È pertanto evidente che sta continuando la crisi della frequenza alla messa domenicale e del conseguente disperdersi del valore religioso del giorno domenicale.

Se analizziamo distrattamente i documenti ufficiali della Conferenza episcopale italiana (= CEI) e delle diocesi e ascoltiamo il mormorio ecclesiastico, mi pare di percepire empiricamente che la preoccupazione di centrare l’attenzione sulla domenica e sull’anno liturgico ci sia, ma gradualmente o a tratti eclissata da altre e più pubblicizzate preoccupazioni. Certamente non ha l’onore delle cronache l’attenzione che le diocesi hanno via via dato nei loro piani pastorali al tema dell’evangelizzazione/formazione e alla eucaristia/domenica.

Tra le principali preoccupazioni che fanno opinione pubblica sta il comportamento etico degli italiani che si distanzia dalle indicazioni magisteriali: bioetica, matrimonio, famiglia, convivenze e comportamenti sessuali.

Se parliamo con i giovani e la gente poco o nulla praticante, la percezione che hanno è che la prima preoccupazione pastorale della chiesa italiana sia quella etico-sessuale. Ugualmente la loro autovalutazione in merito agli indicatori di religiosità non è data dalla frequenza assidua o saltuaria all’eucaristia domenicale («Si può essere cristiani senza andare in chiesa…»), ma a un indefinito riferimento a valori religiosi: preghiera personale, credenza in un’entità superiore, fedeltà ai propri principi di onestà, amore e lealtà verso gli altri.

Ulteriore prova è il fatto che le famiglie con bambini e ragazzi in età di catechismo (6-14 anni) ritengono che sia più che sufficiente, come espressione di appartenenza ecclesiale, la frequenza dei figli al catechismo infrasettimanale e non all’eucaristia domenicale.

2. Per una dimensione pasquale dell’azione pastorale

Come fare a far uscire da queste fragilità la messa domenicale? Entriamo nel merito del rapporto tra assemblea eucaristica e comunità parrocchiale, rito dell’eucaristia e programmi pastorali.

a) Il mistero pasquale: aprire le porte della vita

Che cos’è l’eucaristia? È la pasqua nella sua forma rituale. Del resto tutta l’evangelizzazione conduce all’adesione vitale al Cristo morto e risorto. Del resto la carità tende a «guarire i malati e risuscitare i morti». Cristo inverava le parole con i gesti, e i segni operati anticipavano la pienezza della risurrezione. Così la testimonianza evangelica anticipa nel tempo la logica della comunione che salva la storia e l’uomo, per poterlo portare oltre la storia alla comunione senza fine.

Occorre, perciò, avere chiari gli obiettivi di tutte le dimensioni della vita della chiesa (parola, liturgia, testimonianza): introdurre comunità e singoli nel mistero pasquale. L’eucaristia riconduce costantemente la chiesa alla sua radice pasquale. Ma alla configurazione al Cristo morto e risorto non ci si arriva per appartenenza sociologica. Ricordate i consigli che ci hanno dato i rilevamenti statistici? Penso che venga meno la pratica domenicale perché non si è adeguatamente accompagnati dentro la fede pasquale. Poiché la fede non la si riceve più con il latte materno e la società è sempre stata, anche in secoli cosiddetti cristiani, più matrigna che madre di credenti, occorre che il resto d’Israele recuperi il suo grembo fecondo.

La celebrazione dell’eucaristia si trova storicamente e teologicamente alla fine di due percorsi: l’iniziazione cristiana e i cammini penitenziali. I sacramenti pasquali che configurano al Risorto e il sacramento che ci dona vita nuova; i sacramenti che ci fanno entrare nella comunione ecclesiale e il sacramento che ce la riconsegna.

b) Avviare itinerari di vera iniziazione

Perché si viva il giorno del Signore, e in esso l’eucaristia, perché si viva la fede nel Risorto, occorre che prendiamo sul serio le trentennali riflessioni sull’importanza dell’accompagnare alla fede attraverso percorsi catecumenali. Noi siamo iniziati dai sacramenti: sono il battesimo, la cresima e l’eucaristia che ci consegnano la nostra cristificazione. Cristiani non si nasce, ma si diventa.

La domenica e la sua assemblea eucaristica torneranno significative per bambini, ragazzi, giovani e adulti, se avremo saputo accompagnarli dentro questa esperienza. Dobbiamo tornare alla fatica di elaborare percorsi di apprendistato della fede. Il primo in assoluto è il percorso catecumenale che sfocia nell’iniziazione. La metodologia è impegnativa, è quella del non dar nulla per scontato e di far capire i valori facendo fare, non semplicemente spiegando.

– Una prima domanda: il nostro itinerario di iniziazione dei fanciulli e dei ragazzi, fa davvero percepire la dimensione pasquale della fede e, soprattutto, riusciamo ad accompagnarvi dentro i fanciulli e i ragazzi insieme con le loro famiglie? È sufficiente insegnare che andare a messa la domenica è un precetto?

– Una seconda domanda: saremo capaci di portare a vivere il giorno del Signore i ragazzi e gli adulti che ci chiederanno il battesimo nei prossimi dieci anni?

Troppo spesso, inoltre, i nostri itinerari catechistici non si inseriscono nel tessuto dell’anno liturgico, ma vi si sovrappongono. Basta vedere come si progettano Avvento e Quaresima, spesso riempiti di tematiche estranee al tempo e soprattutto enfatizzati. Si esagera la portata dei tempi di preparazione e poi nel tempo di Natale e nel tempo di Pasqua tutto si affievolisce.

c) Programmare percorsi di conversione

Per maturare una fede pasquale occorre la conversione costante. Ci si converte ritornando ad ascoltare l’annuncio della risurrezione che genera e rigenera la fede. Dobbiamo dare atto che qui hanno più esperienza di noi associazioni e movimenti. Spesso sono dei veri e propri ordines paenitentium. Hanno saputo rimettere uomini e donne in ascolto della Parola, denunciare il loro peccato, affidarli a Cristo, consegnare loro opere concrete, strutturare pensiero e giorni intorno all’evangelo. Lo so anch’io che in gruppi omogenei, che cercano la stessa cosa, è più facile che nel tessuto lacerato delle nostre parrocchie. Certo che alcuni bruciano le tappe e a volte ci ributtano i loro transfughi più malmessi di prima. Ma proviamo umilmente a vedere che dinamiche fanno scattare. Non ci sarà domenica ed eucaristia cristiana senza conversione e senza proposta di conversione.

Allora, quali metodi per la catechesi dei giovani e degli adulti? Quali gruppi accoglienti per i battezzati in situazione irregolare (separati, divorziati...)? Quali proposte per i fedeli adulti che devono completare l’iniziazione cristiana?

d) Programmare percorsi di formazione dei ministri

La partecipazione attiva è il dinamismo espresso dalla preghiera eucaristica: memores, gratias agentes, offerimus. Memori della Pasqua di Cristo, diventiamo esistenze eucaristiche (che rendono grazie) e quindi offrono il sacrificio. Tutto questo diventa vero nel gesto sacramentale più alto della partecipazione attiva: mangiare e bere alla mensa pasquale, fare la comunione sacramentale. Anche qui occorre sapere accompagnare dentro questa dinamica della fede. Se vogliamo che l’eucaristia domenicale torni al centro della vita dei fedeli, occorre che pianifichiamo dei percorsi di formazione al linguaggio rituale. Non possiamo dimenticare la formazione di lettori e accoliti (istituiti o di fatto), ma anche quella degli accompagnatori (catechisti di ragazzi, giovani e adulti).

Si è molto attenti a pianificare incontri dei catechisti, di educatori e di volontari, ma nella progettazione dei cammini formativi e operativi di questi gruppi di ministri è ancora scarsa l’attenzione all’anno liturgico, a una spiritualità liturgica e soprattutto una formazione al linguaggio rituale che consenta loro di diventare ministri e attori competenti della celebrazione domenicale a servizio di tutta l’assemblea.

Una parola va spesa su quello che si chiamava il gruppo liturgico. Non è sempre detto, a onor del vero, che là dove c’è la liturgia sia viva. Però aiuta. Torniamo al problema di programmazione pastorale già esposto: se ritengo importante il linguaggio rituale, progetto tutte le strategie necessarie affinché nascano figure ministeriali capaci di usarlo e proporlo.

e) Progettare l’anno liturgico

Ricentrare tutto sul mistero pasquale ci porta necessariamente a interrogarci sul senso del tempo e sui ritmi del tempo delle nostre comunità. Noi non abbiamo solo la domenica per sottolineare la signoria di Cristo sulla storia. Una lunga vicenda che va dal II all’VIII secolo ha strutturato la concatenazione delle domeniche nell’anno liturgico. Che senso ha? Quando si parla di «anno liturgico» non si intende semplicemente la distribuzione delle festività nello spazio di un anno (tra l’altro, in difformità con l’anno civile), ma la celebrazione del mistero di Cristo che «riempie» la circolarità dell’anno solare. La diversità sta proprio nella differente prospettiva di questo «dispiegarsi», per cui l’anno civile è preoccupato di sistemare le date che lo contrassegnano. Mentre l’anno liturgico primariamente si fonda sulla successione stagionale, anche se non manca, soprattutto nel capitolo di Maria e dei santi, una cronologia ben precisa.

Così i periodi particolari dello stesso anno liturgico (Avvento, Natale, Epifania, Quaresima, Pasqua) non sono determinati tanto dalla datazione cronologica del calendario civile, quanto dalle due grandi festività a cui fanno riferimento: Natale e Pasqua. È vero che s’innestano nel giro dei mesi, però la preoccupazione emergente non è quella cronachistico-anniversaria, quanto quella pastorale, cioè la preoccupazione di aprirsi alle potenzialità del tempo di Cristo. Come afferma un grande studioso ebreo, si è di fronte a un’autentica architettura del tempo. In questo senso, allora, il raccordo tra anno liturgico e anno pastorale sta nel fatto che l’azione della chiesa non si lega tanto alla misurazione del tempo, che nella scansione di ore e minuti è sempre la medesima; piuttosto si esplica nei ritmi determinati dal mistero di Cristo, celebrato nel tempo, che fissa, anche nella pura misurazione cronologica (7 giorni, 40 giorni, 50 giorni…), il tipo di esperienza da compiere. La stessa struttura settimanale, nel suo alternarsi di ferialità - festività, non si fonda primariamente sul bisogno di riposare, da assecondare nel giorno festivo, quanto sul «liberare il tempo del mercante», tipico della ferialità.

– Che stiamo facendo dell’anno liturgico? Dei cicli del Lezionario? L’anno liturgico ispira la pastorale o è semplicemente un contenitore dove infilare di tutto? Ugualmente occorre avere il coraggio di chiederci se le diverse giornate o le feste di idee (famiglia, vita, seminario, ecc. ) aiutano davvero a illuminare la vita dei fedeli con il mistero pasquale. Le Precisazioni della CEI su anno liturgico e giornate particolari sono molto chiare[3], ma chi le conosce e le rispetta?

– Distribuiamo saggiamente la celebrazione dei sacramenti, soprattutto di quelli dell’iniziazione cristiana, in connessione con la celebrazione annuale del mistero pasquale? Senza disciplina comune dei sacramenti e dell’anno liturgico non faremo passare nei fedeli la centralità della Pasqua.

– Davvero facciamo dell’anno liturgico l’itinerario formativo (mistagogico) proprio della comunità cristiana? «L’anno liturgico costituisce il grande itinerario di fede del popolo di Dio»[4] Usare tutta la pedagogia e le sfumature rituali presenti nei ritmi dei tempi dell’anno liturgico non aiuterebbe anche i praticanti saltuari?

f) Gli organismi che progettano la pastorale parrocchiale

L’eucaristia domenicale ha ancora qualcosa da dire, anche all’aspetto istituzionale. O meglio: la liturgia è anche una questione ecclesiologica. Se chiesa e assemblea eucaristica sono per loro natura ministeriali, che ne facciamo dei nostri organismi di partecipazione? Sono di mera partecipazione o di comunione? Hanno come fondamento la sociologia o la natura ministeriale della chiesa? Forse la fragilità con cui si pensano domenica e anno liturgico scaturisce anche dal fatto che coloro che «pensano» la pastorale non hanno una forte spiritualità pasquale e i nostri organismi parrocchiali non attingono alla concreta ministerialità richiesta dalla celebrazione eucaristica.

Perché, allora, non pensare a Consigli pastorali che riuniscano i ministri istituiti e di fatto (ministri della parola, dell’altare, della carità)? Non è il caso di ripensare la struttura dei responsabili della pastorale delle nostre comunità? Da tempo ho un sogno: la parrocchia con un presbitero coordinatore responsabile, uno o due diaconi che si occupano della carità e dell’amministrazione, un paio di lettori per formare i catechisti e strutturare gli itinerari di annuncio della Parola, un paio di accoliti di aiuto al diacono e animatori dell’assistenza ai malati e della pastorale degli anziani e insieme capaci di fare pure i cerimonieri! E poi li sogno tutti insieme sull’altare ogni domenica a occuparsi della celebrazione eucaristica... Lo so sto sognando...

3. Conclusione

Permettetemi di concludere con un tocco letterario e un ritorno alle scritture ebraiche, al primo capitolo della Genesi. Anche ai tempi dell’esilio di Babilonia un poeta, forse sacerdote, era preoccupato della solidità della fede del suo popolo, poiché deportato e perché gli dèi di Babilonia avevano vinto il Potente di Giacobbe, il Dio delle potenze cosmiche, atterrando il suo tempio in Gerusalemme. Allora affida il suo piano pastorale a un canto. Narra in sei strofe la bellezza del cosmo uscito bello dalla parola creante di Dio, riduce sole e luna, gli dèi vittoriosi, a lampadine nel cielo del Dio dei suoi padri. Il suo progetto culturale è cantare la bellezza della creazione consegnata all’uomo, alla fecondità del maschio e della femmina fatti a immagine e somiglianza del Creatore, datore di vita. Solo allora canta e benedice il «settimo giorno», sacro al Signore suo Dio e lo proclama santo al di sopra degli altri e «signore dei giorni». Da allora Israele non smette mai di fermarsi ogni sabato per lodare il creatore nel riposo delle creature. E quante culture e quante traversie ha attraversato nella storia il popolo della prima alleanza in compagnia del sabato e della cena pasquale!

Così noi, se vogliamo attraversare la storia, dobbiamo comporre un nuovo cantico alla domenica, un nuovo Salve festa dies riservato a ogni «Pasqua settimanale», perché è il primo giorno della creazione, giorno della luce, perché è il primo giorno della nuova creazione nella luce del Risorto:

Salve festa dies, / toto venerabilis aevo,

qua Deus infernum vicit / et astra tenet.

                   Salve giorno festivo, il più venerabile di ogni tempo,

                   nel quale Dio ha vinto l’inferno e governa gli astri.

Se anche noi sapremo affidare al canto e alla lode il giorno che «il Signore ha fatto», senza indulgere a nostalgia e a depressioni, cantando in tempo di crisi, affideremo al futuro non solo questo giorno, ma anche il cuore del mistero che custodisce. È un giorno che non commemora più il riposo di Dio dalle sue opere, ma che proclama il più alto dei prodigi di Dio; è giorno che vede sì il riposo dei figli di Dio, ma perché sono attoniti e sorpresi davanti al Crocifisso vivo, perché sono gioiosi e festivi in quanto in attesa del riassunto di tutta la creazione nella domenica senza tramonto.

Così cantavano, a metà del primo millennio, monaci, devoti e penitenti nelle veglie notturne tra sabato e domenica mentre si riempivano le chiese di luce, di preghiera, di canto e di gente variegata:

Primo dierum omnium, / quo mundus extat conditus

vel quo resurgens conditor / nos, morte victa, liberat...

                   Nel primo di tutti i giorni, in cui il mondo è stato creato

                   e nel quale è risorto il suo artefice, egli, vinta la morte, ci libera.

E così, all’inizio del secondo millennio, sempre nella notte tra sabato e domenica, monaci e monache cantavano nelle vigilie domenicali alla fine del buio della notte e prima che il gallo annunciasse il sole:

Dies aetasque ceteris / octava splendet sanctior

in te quam, Iesu, consecras / primitiae surgentium.

                   Splende il giorno ottavo più santo degli altri

                   in te, o Gesù, primizia dei risorti, che lo consacri.

Ora, mentre è da poco iniziato un nuovo millennio, tocca a noi aggiungere strofe a questi inni secolari e comporre un nuovo canto alla domenica, il signore dei giorni.



[1] Cf. S. Meneghini, La religiosità degli italiani, in «Riforma» del 1 luglio 2005.

[2] Cf. F. Garelli (ed.), Sfide per la chiesa nel nuovo secolo. Indagine sul clero in Italia, Il Mulino, Bologna 2003.

[3] Cf. CEI, Messale Romano. Norme per l’anno liturgico e il calendario. Precisazioni, pp. LX-LXI.

[4] Cf. CEI, Eucaristia, comunione e comunità (22.05.1983), n. 89, in Enchiridion CEI, 3, 1334.


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