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La problematica delle unioni di fatto e la chiesa
Giampaolo Dianin

L’esistenza, accanto alle coppie sposate, delle unioni di fatto non è una questione di oggi perché sempre sono esistite e, prima che la forma matrimoniale si imponesse per tutti, il loro numero era molto elevato soprattutto per le classi più povere. L’elemento nuovo è che oggi non si tratta solo di un «fatto» riscontrabile nella società, ma da più parti si auspica il loro riconoscimento giuridico e il diritto delle unioni di fatto di esistere a tutti gli effetti accanto alla famiglia fondata sul matrimonio.

In questa monografia altri interventi hanno affrontato l’aspetto sociologico per capire chi sono e cosa desiderano queste coppie, e altri hanno discusso l’aspetto più problematico che è quello giuridico; a noi la consegna di tematizzare l’aspetto culturale, etico, ecclesiale e pastorale del problema. Sono facce diverse ma tutte collegate tra loro e dipendenti l’una dall’altra.

1. Gli aspetti culturali

Dal punto di vista storico, ricorda Giorgio Campanini, dobbiamo ricordare che in passato, specialmente nell’età medievale e moderna, la prospettiva del matrimonio era assai meno marcata di oggi[1]. Per motivi economici o per la scelta di professioni ritenute incompatibili col matrimonio, molta parte della popolazione sceglieva la strada della convivenza e questo non costituiva un grande scandalo benché venissero chiamati illegittimi i figli nati fuori del matrimonio. Successivamente, nel contesto della cultura romantica col suo sogno di far coincidere sentimento e istituzione, l’ideale proclamato e in parte praticato, è stato quello di ricondurre al matrimonio tutti o quasi i legami affettivi. Ma negli ultimi decenni del XX sec. questo sogno romantico è finito. Gli scenari futuri molto probabilmente potrebbero portarci a prendere atto del passaggio da una scelta matrimoniale generalizzata a un’opzione per il matrimonio più selettiva e in qualche modo più elitaria[2].

Cosa chiedono allo stato le coppie di fatto? Chiedono riconoscimenti per l’assistenza reciproca, diritti successori, reversibilità del trattamento previdenziale, possibilità di subentrare al partner nel contratto di locazione. Tutto questo è in parte già riconosciuto da anni in coerenza con l’art. 2 della nostra Costituzione che tutela i diritti della persona come singolo e nelle «formazioni sociali ove si svolge la sua personalità». La richiesta è che si passi dal riconoscimento dei diritti delle «persone» che convivono al riconoscimento della «coppia» che convive. Perché allora non si sposano? La risposta a questa domanda ci chiede di mettere in evidenza l’aspetto culturale della questione.

Riccardo Prandini intravede due cause: a) queste coppie si concepiscono come fortemente individualizzate e autonome; hanno interiorizzato la visione individualistica propria della nostra società e cercano una relazione segnata da autonomia e libertà personale; b) molte di esse considerano il matrimonio come un’istituzione vuota e superata e collocano la loro relazione non come alternativa a essa bensì come realtà evolutiva rispetto al matrimonio stesso[3]. Questa tesi è stata fatta propria da molti altri sociologi come la francese Irène Théry, che vede in queste nuove forme di relazione il segno di un’evoluzione della struttura e del modo di essere famiglia. A monte c’è il superamento della visione sacrale del legame iniziata con l’introduzione del matrimonio civile e del divorzio. La Théry parla di un lungo cammino di démariage che caratterizza da molto tempo l’Occidente e anche il diritto di famiglia[4]. Sul fatto che ci sia stata un’evoluzione nel modo di vivere la relazione coniugale e la famiglia non si può non concordare. Anche una veloce rilettura del percorso del diritto di famiglia in Italia mostra questo:

a) il Codice civile del 1865 guardava all’istituto familiare come a un organismo fortemente unitario con il capo famiglia e una rigida demarcazione tra famiglia legittima e filiazione naturale;

b) con la Costituzione repubblicana entrano i famosi art. 29 e 30: la famiglia è società naturale fondata sul matrimonio, c’è uguaglianza morale e giuridica dei coniugi e vengono tutelati i figli nati fuori del matrimonio;

c) nel 1961 viene affrontata la questione dell’adulterio togliendogli la qualità di reato;

d) nel 1969 viene cancellato anche il reato della relazione concubinaria;

e) nel 1970 entra in vigore la legge sul divorzio e nel 1987 il tempo tra separazione e divorzio viene abbassato a tre anni;

f) con la riforma del 1975 abbiamo l’assoluta parità nei diritti e doveri tra i coniugi; l’indirizzo della famiglia va deciso insieme; c’è una nuova regolamentazione per i beni; la potestà sui figli è di entrambi; i figli hanno tutti lo stesso trattamento[5].

Questo veloce percorso ci porta a considerare i cambiamenti in atto non con lo sguardo di chi vede attorno a sé solo una lenta e inesorabile morte del matrimonio e della famiglia, ma a riconoscere che le relazioni amorose tra uomo e donna e il modo di realizzarle a livello istituzionale hanno avuto tanti cambiamenti e potremmo guardare al momento presente come a una tappa di questa evoluzione. Questo non significa che si debba rimanere inermi e subire i cambiamenti, è compito dell’uomo vigilare, accompagnare e anche esprimere un giudizio sul cambiamento in atto.

Ci chiediamo ora cosa ha provocato questa difficoltà nei confronti dell’istituzione matrimoniale e la ricerca di nuove forme del vivere in coppia. Le cause vanno cercate nella nostra cultura che lentamente ma inesorabilmente plasma la coscienza e le scelte di molte persone. Proviamo solo ad accennare ad alcuni percorsi che meriterebbero ben più approfondite riflessioni.

a) C’è anzitutto un’evidente crisi delle istituzioni in generale. L’uomo di oggi, figlio dell’illuminismo, rivendica con forza la sua autonomia rispetto a ogni istituzione di cui fa fatica a capire il ruolo positivo. È un’autonomia anche dalla legge morale e da quella civile che non va oltre il ruolo di strumento utile per una convivenza sociale capace di far convivere il pluralismo. Lo stato diventa sempre più il notaio delle scelte individuali. La legalizzazione del divorzio e dell’aborto sono il frutto più evidente di questa nuova mentalità.

b) La fatica di compiere scelte definitive è sotto gli occhi di tutti e riguarda la vita consacrata come il matrimonio e la decisione di aprirsi alla vita. Non è solo questione di un certo «egoismo», come spesso si afferma semplificando la questione, ma la conseguenza di un contesto sociale che ha generato una cultura della provvisorietà riguardante ogni ambito della vita. Ciò che fa problema è che una relazione possa essere per sempre, irreversibile e che non sia contemplato che possa finire o per un errore di valutazione o per il logorio della relazione stessa. In questo caso l’individuo viene prima della coppia, i diritti personali prima dei doveri verso l’altro e verso il patto.

c) Le convivenze aumentano proprio oggi nel tempo in cui i due partner godono un’autonomia economica e possono camminare ciascuno con le proprie gambe. Il matrimonio in passato era anche una forma di protezione della donna che dipendeva economicamente dal marito. L’istituzione doveva fornire due certezze: la paternità, cioè dare a un figlio un padre certo, e dare sicurezza alla donna e al figlio. Oggi tutto questo ha perso rilevanza, perché l’uomo e la donna possono camminare con le loro gambe anche se termina il legame; il matrimonio deve cercare altrove le ragioni del proprio esistere.

d) Ci possono essere anche motivazioni pratiche a monte della scelta di convivere: i tempi lunghi dell’università, le difficoltà economiche, la fatica di trovare un impiego. Per trovare un lavoro, molte volte si tace il desiderio di sposarsi e perfino lo si rinvia per timore che questo chiuda alla possibilità di essere assunti. Tutto questo favorisce la scelta di un legame più leggero e privato, in attesa di poter fare il salto del matrimonio.

e) Un peso non indifferente ha avuto il venir meno del legame stretto tra matrimonio, sessualità e fecondità. Ricordiamo quel processo che dal romanticismo in poi ha riscoperto l’amore come sentimento e passione e il piacere come parte integrante di esso. Non possiamo negare che una sessualità, vissuta precocemente e a prescindere dalle responsabilità verso l’altro e verso la fecondità, abbia modificato anche il modo di sentire e vivere il matrimonio e in generale i rapporti affettivi. La sessualità è vissuta in se stessa a prescindere dal legame; il matrimonio è una scelta successiva e autonoma, e la fecondità è anch’essa un altro mondo sganciato dai primi due. Il matrimonio appare così soprattutto il luogo delle scelte, delle responsabilità, dei diritti e doveri; altre forme di vita di coppia contengono tutto quello che viene prima e a prescindere da questo.

f) In Italia una certa fuga dalle responsabilità legate al matrimonio, o almeno la loro posticipazione, è favorita anche da quel «familismo» che fa rimanere in casa i figli per molti anni. Abbiamo così quel fenomeno che è stato definito «convivenza all’italiana»: i due rimangono ciascuno a casa propria ma di fatto vivono in molte occasioni una vita matrimoniale. Cosa aggiungerebbe il matrimonio a questo stile di vita? Purtroppo l’impressione è che il matrimonio porti solo responsabilità, impegni e anche problemi, molti dei quali erano prima risolti dalla presenza concreta delle famiglie d’origine. Paradossalmente verrebbe da dire che proprio la particolare situazione italiana porta a guardare alle persone che scelgono la convivenza come a persone che fanno una scelta, si assumono delle responsabilità, operano uno stacco dalle famiglie di origine, rendendo visibile ciò che altri vivono in modo nascosto ma non molto diverso. Va tuttavia ricordato che molto spesso queste convivenze rimangono una specie di penisola rispetto alle famiglie di origine, con cui si mantiene un legame forte a livello di sostegno economico e anche pratico.

g) A livello di mentalità comune ha un suo peso il clima di tolleranza, benevolenza e comprensione per queste scelte in nome del pluralismo e del rispetto dell’altro. Nessuno più si scandalizza del fatto che due giovani vadano a convivere. Anche i genitori più fermi su certe idee si arrendono di fronte a questo, affermando che il mondo è cambiato e bisogna prenderne atto, oppure trovano una giustificazione nella speranza che almeno sia una prova della solidità o meno della relazione. L’impressione che molti adulti abbiano rinunciato a ogni intervento educativo su questo ambito è molto fondata.

h) Scavando più in profondità non possiamo non dire una parola sulla questione del gender, che il magistero della chiesa definisce ideologia che mira a una «graduale destrutturazione culturale e umana dell’istituzione matrimoniale»[6]. Solitamente si distingue l’identità sessuale, che chiama in gioco la differenza tra maschio e femmina con i suoi dati biologici e psicologici, dall’identità di genere, più legata alla coscienza sociale e culturale del proprio ruolo sessuale. Identità sessuale e di genere si completano e accompagnano l’acquisizione dell’identità di una persona. La teoria del gender tende a eliminare l’identità sessuale o a ridurla all’aspetto culturale dell’identità di genere. Mentre i sessi sono due, maschile e femminile, i generi possono essere molti e la persona li può scegliere come possibili modi di essere e di vivere la propria sessualità. L’omosessualità e la transessualità, secondo queste teoria, non sarebbero che varianti culturali come l’eterosessualità. Questa teoria apre così la strada a un nuovo modo di guardare l’omosessualità ipotizzando anche per essa percorsi simili a quelli matrimoniali.

2. Gli aspetti etici

Parlare di etica è mettere a tema l’esperienza del bene e del male morale, nella sua realtà oggettiva e nel proprio coinvolgimento soggettivo; «bonum est faciendum», afferma la morale ricordando lo specifico del bene morale che non è realtà da contemplare ma da realizzare. Possiamo ricondurre gli aspetti etici relativi alle unioni di fatto a due questioni: la prima riguarda il bene della persona e della relazione d’amore nelle polarità di logos e pathos, esperienza e impegno, amore e giustizia; la seconda riguarda il bene comune e quindi il rapporto tra morale e diritto nello stato pluralista.

a) Il bene della persona e della relazione

Il primo livello della riflessione etica ci chiede in sostanza di mettere al centro la persona e la coppia recuperando tutti gli aspetti dell’amore e della relazione, che è sentimento ma anche intelligenza e volontà; è esperienza ma anche decisione e scelta. Alla luce di una visione dell’uomo, dell’amore e della relazione amorosa è possibile individuare quel «bonum est faciendum» che apre a scelte morali responsabili.

La nostra cultura ha ereditato dall’illuminismo il volto di una ragione fredda, calcolante, impersonale, e dal romanticismo i tratti di un amore fatto di sentimento e di passione. Invece di trovare un incontro tra le due polarità, la nostra cultura ha assorbito entrambe arrivando a una sorta di sdoppiamento schizofrenico: nelle «relazioni corte», familiari e amicali in particolare, l’uomo si affida al principio insindacabile della gratificazione emozionale; nelle «relazioni lunghe», sul lavoro, nella politica, nell’economia, con gli stranieri, conta la logica del calcolo razionale dei costi e benefici. Il razionale tende così a diventare sempre più strumentale e l’affettivo sempre più emotivo.

– Un primo elemento che fa la differenza tra la scelta della convivenza e quella del matrimonio è legato proprio alla fatica di mettere insieme logos e pathos, ragione e sentimento. Nel matrimonio c’è qualcosa che va oltre l’attrazione sessuale e l’incanto iniziale, perché le persone decidono di sé decidendo del senso della loro relazione. Si tratta di un decidere dell’altro e con l’altro in una reciproca consegna. Nel promettersi reciproca fedeltà per sempre, i due sono consapevoli che volere di meno significherebbe tradire la profondità della relazione, e questo volere è condizione di possibilità della relazione. Il matrimonio è anche il luogo dove il dono di sé si esprime nella sua pienezza e dove la realizzazione di ciascuno dei due passa attraverso il dono di sé all’altro. All’inizio questo è percepito come una grazia e sembra facile e perfino ovvio; successivamente l’altro è percepito anche come limite, perché si affaccia l’inevitabilità della rinuncia ad alcune proprie aspettative e possibilità di realizzazione. Infine si tratta di decidere se si vuole scegliere il dono di sé, che non può che essere reciproco, anche se i modi di esprimerlo possono essere diversi. In questo senso ci sembrano insufficienti le visioni della relazione che mettono al centro la realizzazione di se stessi, sia perché chiudono la persona nel proprio bisogno, sia perché strumentalizzano l’altro. Questa prospettiva sottopone sempre l’altro e la relazione a vari esami ed è facile che molti finiscano male perché l’altro non risponde sempre a tutte le mie attese. Amare è consegnarsi a un altro, percepito come un unicum. Il solo modo per riconoscere l’unicità dell’altro è impegnarsi con lui in una relazione unica che non faccia numero con nessun altro. Dire relazione unica non è dire relazione totalizzante, ma centrale, prioritaria, senza equivalenti, insostituibile: questo è il matrimonio[7]. La scelta della convivenza contiene certamente nelle intenzioni delle persone il sogno di una relazione autentica, creativa, capace di rinnovarsi ogni giorno, ma contiene anche le tracce di quell’individualismo che caratterizza la nostra cultura. Si sta insieme finché va bene, finché dura, finché il pathos-emozione è forte evitando ogni impegno definitivo e irrevocabile. La polarità del sentimento prende il sopravvento sul logos inteso come accoglienza, dono, impegno.

– Un secondo elemento emerge dalla polarità tra esperienza e impegno. Molte delle coppie che scelgono la convivenza vogliono sperimentare la vita matrimoniale. L’intenzione è buona e il fidanzamento dovrebbe essere proprio un tirocinio per verificare l’intesa e la possibilità di futuro della coppia. Ma questo non sembra sufficiente, nonostante oggi i fidanzamenti siano lunghissimi. Si vuole «provare» la vita coniugale, ma, dobbiamo dirlo con chiarezza, la convivenza rimane qualcosa di diverso dal matrimonio. Si può provare una persona come si prova un lavoro o un paio di scarpe? Si può accettare che una persona debba essere vagliata, per vedere se corrisponde alle mie attese? Ci si mette insieme per amare e donarsi all’altro o per verificare se l’altro corrisponde alle mie attese? Si può sperimentare veramente la vita di coppia? Certamente si può provare a vivere la quotidianità, la sessualità, la gestione della casa; ma si può provare tutto? Per avere delle certezze si dovrebbe provare anche ad avere un figlio, provare l’esperienza del dolore, sperimentare diverse tipologie di crisi, provare l’amore a 40/50 anni. Chi convive per provare sa che è un esperimento, e questo, inevitabilmente, condiziona fortemente. Amare rimane un rischio; se Abramo avesse voluto provare tutto, non sarebbe mai partito; lo stesso gli apostoli, o una coppia che vuole un figlio. Se in positivo notiamo la consapevolezza che la vita insieme è una sfida esigente e che bisogna prepararsi bene, va ben compreso il termine «esperienza» che rischia di illudere le coppie più che aiutarle a verificare e solidificare il loro legame. Le statistiche dicono che le coppie che convivono non durano più di quelle che vivono un normale fidanzamento. Ci sono coppie che convivono, si sposano e dopo pochi mesi si lasciano, a testimonianza che il matrimonio è un’altra cosa. Va detto, inoltre, che vivere insieme in un momento in cui la relazione è ancora fragile e la fiducia ancora in cammino, può essere deleterio e controproducente. Un cibo solido può far male se non abbiamo i denti buoni, ma non è colpa del cibo (la vita insieme), bensì dei nostri denti ancora immaturi; il rischio è di rovinare qualcosa che potrebbe essere invece bello e promettente.

– Una terza polarità è quella tra amore e giustizia. Amare, dicevamo, non è solo provare dei sentimenti intensi verso un’altra persona, ma accoglienza e dono, impegno e fedeltà, sia quando la relazione va bene e regala tante gratificazioni a entrambi, sia quando si fa più faticosa e impegnativa. In quei momenti il legame istituzionale aiuta, sostiene, difende la relazione e l’amore dalle debolezze e fragilità delle persone, dalle prove interne alla coppia e da quelle provenienti dall’esterno. L’amore chiede la giustizia, la esige come parte integrante e condizione stessa di possibilità di un vero amore. La scelta del matrimonio è anche la decisione di inserire nella dinamica della giustizia il proprio sentimento amoroso, perché le fondamenta su cui può svilupparsi siano l’accoglienza dell’altro per com’è oggi e anche nel suo cambiamento. È una scelta che implica la protezione della relazione dalle fatiche e dalle tentazioni di lasciar morire un rapporto diventato faticoso e poco gratificante. Anche lo stato dovrebbe fare i conti col principio di giustizia che esige di non trattare in modo uguale realtà che sono diverse per l’impegno assunto e per il contributo che dà alla società. Non c’è nessuna discriminazione nel trattare diversamente il matrimonio e le unioni di fatto perché sono due realtà diverse.

b) Il bene comune

Il secondo livello della riflessione etica riguarda il rapporto tra la morale e il diritto che va letto alla luce del concetto di bene comune. Il matrimonio e la famiglia fanno parte non solo di una concezione della persona e delle relazioni che provocano la responsabilità morale dei soggetti, ma chiamano in gioco anche il bene comune, il quale implica la responsabilità dello stato che di questo bene è responsabile. Se il bene comune è «l’insieme di quelle condizioni della vita sociale che permettono ai gruppi, come ai singoli, di raggiungere la propria perfezione più pienamente e più speditamente»[8], la famiglia rientra a pieno titolo in questa definizione. Nella Lettera alle famiglie, in occasione dell’anno internazionale della famiglia, Giovanni Paolo II ha parlato della famiglia come di un’istituzione fondamentale per la società: «Nessuna società umana può correre il rischio del permissivismo in questioni di fondo concernenti l’essenza del matrimonio e della famiglia». La famiglia è una «società sovrana» titolare di diritti e doveri che chiamano lo stato a intervenire alla luce del principio di sussidiarietà[9].

Queste affermazioni giustificano il riconoscimento che la Costituzione italiana ha dato alla famiglia fondata sul matrimonio. Sulla centralità di questa istituzione c’è ancora un forte consenso in Italia e nessuno vuole mettere in discussione questo modello. Il diritto non può e non vuole garantire un sentimento, ma protegge il matrimonio e la famiglia per la sua rilevante funzione sociale. La decisione di una coppia di formare un’unione stabile, duratura e potenzialmente feconda rappresenta per il diritto qualcosa di talmente importante da far sì che a essa venga garantita la massima tutela possibile[10]. La questione allora è quella del riconoscimento di eventuali diritti ad altre realtà come le unioni di fatto. Le domande sono molteplici: se e come questo sia possibile all’interno della continua ricerca del bene comune; quale impatto questo riconoscimento potrebbe avere nei confronti del modello affermato e protetto dalla Costituzione.

Nella ricerca del bene comune lo stato non può ignorare l’esistenza delle unioni di fatto. Il bene comune non è la «somma» dei beni individuali o dei gruppi sociali; se fosse così, qualora togliessimo un fattore (in questo caso ignorando le unioni di fatto), il risultato sarebbe sempre positivo anzi potrebbe essere perfino maggiore. Il bene comune è il «prodotto» di una moltiplicazione i cui fattori sono i beni dei singoli o dei gruppi; togliere un fattore significherebbe azzerare l’intero prodotto. Questo significa che occuparsi del bene comune significa anche affrontare la questione delle unioni di fatto. Il confronto che si svolge oggi a livello politico e giuridico è tra due posizioni:

– Alcuni affermano che il diritto dovrebbe garantire, in modo neutrale, che ogni singolo soggetto possa fare la sua scelta in un contesto pluralista. Il diritto avrebbe il compito, nel caso delle unioni di fatto, di configurare più alternative senza prendere posizioni a favore di un modello ma limitandosi a registrarlo.

– A questa visione viene opposta un’altra concezione secondo la quale il diritto, sebbene distinto dalla morale, avrebbe una sua «moralità», quella della coesistenza, della convivenza civile, della socialità e della giustizia. Esso non intende limitare la libertà ma incarnarla, consentendo a essa di realizzarsi compiutamente nella relazione amorosa durevole e nell’apertura alla vita. Il diritto, quindi, dovrebbe proteggere e tutelare quella forma di relazione che è società naturale e che tende a durare nel tempo. Ciò che avviene nelle coppie di fatto – si dice – è certamente importante a livello personale ma non interessa al diritto, che tuttavia ne prende atto e tutela i diritti dei singoli (secondo il dettame dell’art. 2 della Costituzione), ma senza andare oltre[11].

Il card. Carlo Maria Martini ha sviluppato alcune riflessioni che ci possono aiutare a trovare una sintesi che coinvolge l’aspetto morale e quello giuridico proprio all’interno di quella ricerca del bene comune che è compito dello stato[12]. La Costituzione – afferma Martini – riconosce e tutela la famiglia fondata sul matrimonio, cioè su un rapporto duraturo e aperto alla vita. Anche nei confronti di altre forme di legame esiste un favor familiare che porta a escludere scelte omologanti. Ma il legislatore non può non tener conto delle trasformazioni culturali e del costume della società, egli è chiamato a un «approccio pragmatico e solidarista». Mentre la famiglia fondata sul matrimonio ha un ruolo pubblico, sociale e civile che le coppie di fatto non hanno e che va premiato dal legislatore, le unioni di fatto potranno anche esprimere legami affettivi più profondi, ma nel momento in cui chiedono un riconoscimento pubblico, devono sottoporsi anch’esse al giudizio circa la loro rilevanza sociale e civile in riferimento al bene comune. Si tratterà allora di valutare, caso per caso di fronte a problemi concreti (alloggio, assistenza, successioni…), quando far prevalere le ragioni della differenza e quando quelle dell’analogia tra le due realtà.

A livello concreto e dato per assodato che non si può mettere in discussione il principio che afferma la differenza tra matrimonio e unione di fatto, la questione diventa di mediazione giuridica per decidere quali diritti e in che modo riconoscerli alle persone che hanno scelto un’unione di fatto. Crediamo sia importante la distinzione tra il principio di non equiparazione, che rientra in quei «valori non negoziabili» che chiedono di essere difesi, e il piano delle norme giuridiche che cercano di rispondere a un fatto[13]. È chiaro che la discussione su questo secondo piano non potrà che essere vivace, come di fatto lo è, perché nessuna legge dello stato è neutra ma crea mentalità e costume. In termini morali va richiamato anche l’argomento del «cedimento della diga», in base al quale una falla anche piccola potrebbe a lungo andare favorire ulteriori forme di delegittimazione del matrimonio e quindi del principio che si dovrebbe difendere. Lo stesso magistero della chiesa si è più volte espresso anche per quanto riguarda il livello delle mediazioni giuridiche, ritenendo che possa essere perseguita la strada del diritto civile per riparare eventuali ingiustizie che ci fossero verso le persone che convivono.

Nel sostenere la famiglia fondata sul matrimonio, lo stato non discrimina nessuno, né demonizza o penalizza le coppie di fatto, ma esprime il suo dovere di promuovere la famiglia, proteggere la maternità, l’infanzia e i diritti dei figli come parte integrante del bene comune. Come non riconoscere che dietro la realtà delle famiglie di fatto c’è anche una cultura individualistica che, se valorizza la persona, indebolisce la rilevanza sociale della famiglia? Martini conclude così:

Una società non può non stabilire una graduatoria di rilevanza tra varie istituzioni che si richiamano a modelli familiari, sulla base delle funzioni sociali che svolgono, della natura relazionale che presentano e della forza esemplare che esercitano.

3. Gli aspetti pastorali

La chiesa si trova, ancora una volta, a confrontarsi e scontrarsi con la società pluralista. Non è un fatto nuovo, già è successo in occasione del divorzio, dell’aborto, della procreazione artificiale. Meno duri sono stati i confronti sui temi sociali, se si esclude il caso della guerra con gli interventi di Giovanni Paolo II.

Dobbiamo subito dire che il magistero della chiesa non ha la presunzione di imporre la sua visione alla società pluralista. A monte dei suoi interventi c’è una precisa consapevolezza che giustifica il suo intervenire: la chiesa si sente depositaria di una visione della vita, dell’amore, del matrimonio che le proviene sì dalla rivelazione, ma che non viene ritenuta, per questo, di parte, bensì viene riconosciuta come portatrice di una prospettiva umana e razionale, fondata sulla natura dell’uomo che la chiesa sente di dover difendere e promuovere. Il caso più eclatante e più semplice per comprendere questa prospettiva è stato quello dell’aborto: in quell’occasione la chiesa non intendeva difendere una visione confessionale, ma un bene fondamentale con argomentazioni razionali. Più difficile è applicare questo schema al tema delle unioni di fatto, perché la distinzione tra ciò che è umanamente e razionalmente universale non appare subito evidente.

Il magistero della chiesa ha ripetuto più volte che la questione delle unioni di fatto va affrontata da un punto di vista razionale, con quella recta ratio che chiede di analizzare, distinguere e giudicare. Non si tratta di difendere una realtà cristiana, ma prima di tutto quella realtà naturale, il patto d’amore, che Cristo ha assunto per farla diventare sacramento[14].

a) La posizione «ferma» della chiesa

Il concilio Vaticano II apriva la sua riflessione sulla famiglia affermando che «la salvezza della persona e della società umana e cristiana è strettamente connessa con una felice situazione della comunità coniugale e familiare»[15]. Il termine salvezza, in latino salus, si riferisce non primariamente alla salvezza cristiana ma alla possibilità di una vita buona e serena. La famiglia fondata sul matrimonio, cioè sul vincolo, la scelta, la responsabilità, la durata, è un bene fondamentale per le persone e anche per la società.

La provocazione che viene dalle unioni di fatto chiede di «ridefinire» l’identità propria della famiglia fondata sul matrimonio in un contesto che sembra non comprendere più quella che fino a ieri era una «evidenza etica». La chiesa afferma che la famiglia non è creazione del potere pubblico, ma istituzione originaria che precede lo stato chiamato a riconoscerla e tutelarla; essa comporta quella stabilità del rapporto che sa coniugare amore e giustizia per i due coniugi e per il bene dei figli; proprio il bene della procreazione e dell’educazione di coloro che meritano il massimo di tutela chiede un rapporto stabile della coppia genitoriale. Il matrimonio, inoltre, salvaguarda l’uguaglianza della donna e dell’uomo e il carattere complementare della loro sessualità; sostiene e protegge un comune progetto di vita consegnando all’altro la facoltà di esigere ciò che a sua volta si impegna a donare; radica il sentimento sulla decisione facendo dell’amore un vero atto umano.

Il matrimonio (…) non è un «modo di vivere la sessualità in coppia» (…), non è neanche la semplice espressione di un amore sentimentale tra due persone (…). Il matrimonio è unione tra un uomo e una donna, in quanto tali, nella totalità del loro essere maschile e femminile. Se questa unione può essere stabilita soltanto mediante un atto di libera volontà dei contraenti, il suo contenuto specifico è determinato dalla struttura dell’essere umano, donna e uomo, e cioè donazione reciproca e trasmissione della vita[16].

Dentro questo quadro, la chiesa richiama anche i politici e in particolare i cristiani impegnati in politica a promuovere vere politiche familiari e insieme a proteggere anche con leggi adeguate questa istituzione in nome del bene comune[17].

La comunità cristiana non può non prendere atto che la questione del riconoscimento delle unioni di fatto non piomba addosso alla società dall’alto, ma trova dentro la cultura e i nuovi stili di vita delle persone il suo centro propulsore. Questo vuol dire che, al di là di come sarà risolto l’aspetto giuridico delle unioni di fatto, la comunità cristiana è chiamata a interrogarsi a livello antropologico, etico, educativo e pastorale. La chiesa non può pretendere che lo stato diventi garante di alcuni valori che non sono più evidenti e che lei stessa fa fatica a difendere e a promuovere all’interno della società e tra gli stessi cristiani. È chiamata, invece, a interrogarsi sulla sua azione evangelizzatrice nei confronti dell’amore coniugale, del matrimonio e della famiglia. Anche se lo stato, per la scelta di una certa maggioranza, dovesse rimandare un riconoscimento giuridico delle unioni di fatto, la chiesa non può sentirsi a posto. La situazione italiana, dobbiamo dirlo con chiarezza, va verso gli standard europei e quindi c’è da aspettarsi che il futuro sarà sempre più abitato da questi fenomeni. Non sarà un momentaneo rifiuto a legiferare su questi temi a frenare tale fenomeno. Questa consapevolezza è comunque ben presente anche negli interventi del magistero:

Sembrerebbe che, spesso, non si sappia quale risposta dare a questo fenomeno e che la reazione sia puramente difensiva, rischiando così di dare l’impressione che la chiesa voglia semplicemente mantenere lo status quo, come se la famiglia fondata sul matrimonio fosse il modello culturale (un modello «tradizionale») della chiesa, che si vuole conservare malgrado le grandi mutazioni della nostra epoca[18].

Il decimo rapporto sulla famiglia in Italia ha messo a tema proprio il «riconoscimento» della famiglia, invitando a un atteggiamento che non sia solo di difesa di un modello prefissato, ma abbia il coraggio di ridire oggi tutte le ragioni per credere e investire sulla famiglia a motivo del suo «valore aggiunto» rispetto ad altre forme[19]. La famiglia non è solo un vincolo del passato da mantenere, ma un «bene futuro». Afferma Pierpaolo Donati:

Il valore aggiunto della famiglia sta nell’offrire un modello fiduciario di vita che genera capitale sociale primario, mentre nelle altre forme di convivenza il valore aggiunto è quello di un modello negoziale di vita che, enfatizzando la ricerca dell’autorealizzazione individuale, tende piuttosto a consumare il capitale sociale[20].

La questione delle convivenze e delle unioni di fatto si presenta come un segno che provoca la comunità cristiana. Si tratta di iniziare una vera e propria nuova «inculturazione» che deve attivare le migliori energie della chiesa così com’è avvenuto nei primi secoli. Non ha altri mezzi, la chiesa, che la parola, l’annuncio del vangelo, la quotidiana azione educativa all’interno della famiglia, nella parrocchia, nelle associazioni e movimenti. Non ha altri mezzi che la testimonianza di coppie di sposi capaci di mostrare la bellezza e credibilità del matrimonio come patto, dedizione all’altro, amore indissolubile e fedele. Sono due soprattutto i fronti dell’impegno ecclesiale che vorremmo mettere in evidenza: il tema dell’amore e il valore dell’istituzione. A partire da questi crediamo che la comunità cristiana debba affrontare oggi una nuova forma di quella «durezza del cuore» che Gesù aveva rinfacciato alla legge mosaica e che oggi riemerge ancora in riferimento al matrimonio.

b) Educare all’amore

Un primo elemento che fa la differenza tra la scelta della convivenza e quella del matrimonio è il modo diverso di vivere l’amore.

– Amare è prima di tutto accogliere l’altro nella propria vita e poi è donarsi totalmente a lui senza riserve. Abituati a intendere l’amore in senso attivo, come un insieme di atteggiamenti e di cose da fare, può sembrare strano dare il primato a un atteggiamento apparentemente passivo com’è l’accoglienza. Ma se ci pensiamo bene, la prima esperienza di amore che tutti abbiamo vissuto, quando ancora eravamo inconsapevoli, è stata quella di essere amati, accolti, voluti da qualcun altro; dai nostri genitori e prima ancora da Dio stesso. Siamo stati accolti come un dono, abbracciati nella nostra unicità e originalità. Altri hanno fatto spazio a noi e hanno lasciato che la loro vita fosse messa in subbuglio dal nostro arrivo. È bello pensare che questa sia anche la prima dinamica dell’amore coniugale: si tratta di accogliere un dono, di fare spazio a un’altra persona, di accoglierla nella propria vita e di lasciare che questa venga un po’ rivoluzionata dalla sua presenza. Si tratta di fare spazio all’altro per quello che è, nella sua diversità, col suo passato, il suo presente e anche il suo futuro. Se mi sono innamorato di quello che tu sei oggi, devo riconoscere che tu hai anche un passato, una storia, una famiglia, dei valori in cui ti riconosci, forse anche delle ferite che ti porti dietro. Ma tu hai anche un futuro, la parte di un libro ancora tutto da scrivere. Amare significa allora dire all’altro: «Ti accolgo nella mia vita per quello che sei, per quello che sei stato, ma anche mi impegno per quello che tu sarai domani e che ancora non conosco».

– La seconda dinamica dell’amore è l’impegno a donare tutto se stesso all’altro. Gesù lo chiede a ogni cristiano: «Non c’è amore più grande di chi dà la vita per i propri amici» (Gv 15,13). Noi abbiamo tante relazioni: amici, colleghi di lavoro, fratelli e genitori. In ciascuna di queste relazioni noi mettiamo in gioco qualcosa di noi. Nell’amore coniugale io non metto in gioco solo una parte di me stesso, ma tutto quello che sono e possiedo: il cuore, il corpo, i sogni, i beni materiali, e questo senza riserve o calcoli. Ecco perché l’amore coniugale assume i tratti dell’esclusività: non si può essere tutto per tante persone diverse, inevitabilmente ci saranno gradi e modalità diverse. Amare totalmente, nel senso dell’accoglienza e del dono di sé, mette in evidenza la grandezza dell’amore coniugale: cosa c’è di più grande della capacità che ha una persona di donare la propria vita a un’altra persona, e cosa c’è di più bello del sapere che una persona sta prendendo la propria vita e la sta donando proprio a me?

c) Il valore dell’istituzione

In tutti i popoli e le culture il legame affettivo e la procreazione sono stati considerati un evento sociale tale da meritare un riconoscimento e delle tutele. Nonostante oggi venga rivendicata la privatezza di questo evento, non possiamo non sottolineare che la richiesta di riconoscere alcuni diritti alle coppie di fatto sia il segno che la dimensione sociale è difficilmente cancellabile.

L’istituzione media la scelta di vita, richiamandone il carattere interpersonale. Suo compito è difendere e sostenere la decisione del singolo offrendo una strada già percorsa e vagliata e un contesto di rapporti sociali riconosciuti. L’istituzione si fonda sulla dimensione relazionale dell’uomo e permette al soggetto di confrontarsi con le esigenze del prossimo e della società. Se da una parte può sembrare un inciampo e un limite, dall’altra impegna le persone, sostiene il legame, rende visibile agli altri la nuova coppia chiamandoli a riconoscerla e a rispettarla. Siamo inoltre persone fragili e nei momenti difficili l’istituzione può essere un argine alla tentazione di buttare tutto. Se da una parte è bello il desiderio di essere sempre protagonisti, di ridirsi ogni giorno un sì nuovo, dobbiamo essere anche consapevoli delle nostre fragilità. Ripartire ogni mattina è un bel proposito, ma contiene anche qualcosa d’irreale: tante mattine è difficile, ci sono stagioni problematiche e prove che possono rendere faticoso l’amore, in quei momenti l’istituzione protegge e sostiene l’amore in attesa che la fatica passi.

Il legame d’amore chiede anche di essere celebrato, perché mediante questo gesto viene posto un evento fondativo che dice continuità col cammino fatto e insieme novità. L’istituzione tutela e protegge la scelta ed è importante, perché incarna in forma concreta quel senso che si vuole dare alla relazione e insieme offre soluzioni pratiche e collaudate per la vita quotidiana. Nel momento in cui i due pronunciano l’assenso definitivo, impegnando la libertà per il futuro, diventano attivi costruttori e plasmatori della propria storia[21].

d) Accettando la sfida

A livello pastorale ci dobbiamo interrogare su come si possa ridare significato e valore alla scelta del matrimonio e anche del matrimonio sacramentale. Non ci sono ricette magiche ma solo il quotidiano impegno educativo delle nostre comunità cristiane, il coraggio di mettere a tema queste questioni, la sfida di accompagnare adolescenti e giovani a interrogarsi sull’universo dei legami e degli affetti.

Per chi opera in ambito pastorale si tratta anzitutto di capire cosa porta oggi le persone a fare la scelta della convivenza. È necessario un buon lavoro di discernimento per non mettere tutto sullo stesso piano. Le analisi sociologiche ci possono aiutare a capire le diverse tipologie di convivenze e i motivi che portano le persone a optare per un percorso alternativo o propedeutico al matrimonio. Ci sono certamente istanze positive, sogni, dubbi, paure, condizionamenti di cui tener conto. Capire quindi per partire da questa situazione e aprire una fase costruttiva a livello di proposta e di accompagnamento[22]. Soprattutto, per reagire a una visione riduttiva del matrimonio come di un «vincolo» imposto o di una catena esteriore che blocca le persone, si vorrebbe sottolineare la prospettiva di un matrimonio inteso come potenzialità offerta di crescita continua, di un dono reciproco, di un cammino che tende sempre ad andare oltre.

Gli interventi non potranno che essere a diversi livelli: una seria politica familiare potrebbe aiutare quelle coppie che sono frenate da questioni economiche; un incisivo lavoro culturale potrebbe aiutare a dipanare dubbi e pregiudizi verso il matrimonio; una precisa educazione all’amore potrebbe aiutare a maturare una concezione seria dell’amore perché non sia ridotto al sentimento e alla passione, ma sia anche intelligenza, volontà, scelta, impegno, dono, rischio, giustizia.

Infine, va messa a tema la dimensione sociale dell’amore. La coppia non può crescere e svilupparsi senza un contesto sociale. Privato e pubblico non vanno contrapposti: l’aspetto pubblico è condizione per vivere bene la dimensione privata. Non è solo il mondo che ha bisogno dell’amore coniugale e della famiglia, ma è vero anche il contrario. L’esterno non è solo un pericolo ma anche un aiuto, una miniera di stimoli e di sostegni. L’intimità non è intimismo. Il matrimonio è dono per la coppia, ma anche per la società e per la chiesa. Ci si sposa anche perché l’amore diventi un dono per gli altri, una risorsa per la società, un vero e proprio «capitale sociale».



[1] G. Campanini, Le famiglie di fatto oggi, in «Famiglia Oggi» 12 (1989) 8-9; Id., Realtà di ieri e problemi di oggi, in «Famiglia Oggi» 2 (2006) 15-20.

[2] Cf. L. Scaraffia, Una riflessione sul valore aggiunto della famiglia in prospettiva storica, in P. Donati (ed.), Ri-conoscere la famiglia: quale valore aggiunto per la persona e la società? , Decimo rapporto Cisf sulla famiglia in Italia, San Paolo, Cinisello B. 2007, pp. 353-384.

[3] R. Prandini, Il problema sociologico delle convivenze di fatto, in «La Famiglia» 198 (1999) 22-37.

[4] I. Théry, Le démariage. Justice et vie privée, Edition Odile Jacob, Paris 1993.

[5] G. Maragnoli, Il diritto di famiglia in Italia e la famiglia di fatto. I. Evoluzione del diritto di famiglia, in «Aggiornamenti sociali» 1 (1990) 43-63.

[6] Pontificio consiglio per la famiglia, Famiglia, matrimonio e «unioni di fatto» (26 luglio 2000), n. 8, in Enchiridion Vaticanum (= EV), 19, 1059-1135.

[7] G. Dianin, Matrimonio, sessualità, fecondità. Corso di morale familiare, EMP, Padova 2006, pp. 314-317.

[8] Concilio Vaticano II, Costituzione Gaudium et spes (= GS), n. 26.

[9] Giovanni Paolo II, Lettera alle famiglie Gratissimam sane (2 febbraio 1994), n. 17, in EV 14, 158-344.

[10] F. D’Agostino - F. Macioce, Che cosa significa «riconoscere» la famiglia dal punto di vista giuridico, in Donati (ed.), Ri-conoscere la famiglia, cit., p. 342.

[11] L. Palazzini, Quali diritti per le coppie di fatto? Una riflessione filosofico-giuridica, in «La Famiglia»196 (1999) 25-36.

[12] C.M. Martini, Famiglia e politica, Discorso per la vigilia di S. Ambrogio, 6 dicembre 2000, Centro Ambrosiano, Milano 2000.

[13] Cf. A. Fumagalli, Matrimonio e unioni di fatto. Quali differenze? Quali riconoscimenti?, in «La Rivista del clero italiano» 4 (2007) 253-274.

[14] Pontificio consiglio per la famiglia, Famiglia, matrimonio e unioni di fatto, cit., n. 13.

[15] GS 47.

[16] Pontificio consiglio per la famiglia, Famiglia, matrimonio e unioni di fatto, cit., n. 22.

[17] Ibid., nn. 16-18.

[18] Cf. Ibid., n. 40.

[19] Donati (ed.), Ri-conoscere la famiglia, cit.

[20] Ibid., p. 55.

[21] Dianin, Matrimonio, sessualità, fecondità, cit., pp. 139-140.

[22] Molto utile al fine di «capire» il fenomeno è la seguente ricerca sociologica che dà la parola ai diretti interessati: F. Belletti - P. Boffi - A. Pennati, Convivenze all’italiana. Motivazioni, caratteristiche e vita quotidiana delle coppie di fatto, Paoline, Milano 2007. Il quadro che emerge si può così sintetizzare: se la prospettiva del matrimonio rimane per la maggior parte degli intervistati all’orizzonte come ideale positivo, la scelta della convivenza nasce dal desiderio di una vita autonoma e indipendente; la convivenza appare così una specie di nuovo modello di fidanzamento reso possibile dalla sostanziale approvazione della società e anche delle proprie famiglie, da una scarsa progettualità dei giovani, da una forte paura del futuro e dal ripiegamento nel presente. Se si cercano motivazioni profonde per questa scelta, si rimane delusi, perché il vero motivo sembra quello che non ci siano motivi seri per non farlo. Interessante che le coppie intervistate si mostrano sostanzialmente estranee e disinteressate al riconoscimento giuridico della loro condizione: questo riconoscimento, pur potendo portare dei vantaggi, potrebbe poi essere un’arma a doppio taglio in caso di separazione.


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