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Qualità o sacralità della vita? Una contrapposizione da superare
Editoriale

Tutto ciò che è scientificamente e tecnicamente possibile,

è anche eticamente lecito?

Le questioni che pone oggi la bioetica alla coscienza dei singoli e all’intera società, sono non soltanto problemi cui è difficile talvolta rispondere, ma soprattutto interpellano radicalmente il modo di vedere la vita umana dal suo sorgere fino al termine. Nell’epoca del pluralismo la tentazione ricorrente è quella di rifugiarsi in un relativismo del soggettivo, per cui ognuno dovrebbe essere libero di scegliere quello che giudica essere la cosa migliore, purché non danneggi gli altri. Per questo, è più che mai necessario rilanciare l’importanza della riflessione morale: proprio perché va alle radici dell’umano, la bioetica ha il compito di definire in maniera sempre più accurata l’ambito di ciò che può valere non solo per il singolo, ma per tutti, assumendo i risultati del progresso scientifico, da una parte, ma sapendo, dall’altra, che non è dalla sola scienza che si può ricavare l’indicazione di quel che si deve fare. La questione di fondo è dunque: a quale visione antropologica si deve fare riferimento? Alla visione «laica» della vita o a quella «religiosa»? E quale religione andrebbe presa come riferimento?

A questo proposito dobbiamo subito rilevare che oggi in Italia si parla, a volte con toni esagerati, di una bioetica laica contrapposta alla bioetica cattolica. Storicamente questo modo di parlare nasce con la pubblicazione, nel giugno del 1996, del Manifesto di bioetica laica. Da allora gli studiosi cattolici impegnati in questo ambito non hanno mai smesso di respingere la qualifica di «cattolica» utilizzata per designare la propria visione della bioetica. La tesi di questi studiosi, infatti, è che si tratti di una formula utilizzata spesso con uno scopo riduttivo e polemico, in quanto la bioetica sarebbe sempre «laica», se con tale termine si intende una visione etica che non ricorre direttamente alla rivelazione per fondare la plausibilità delle sue tesi. Certamente si possono individuare due grandi modelli teorici: uno di matrice «religiosa» e l’altro di matrice «laica», i quali innalzano ognuno nel suo campo due stendardi contrapposti: da una parte, lo stendardo della sacralità e in definitiva della indisponibilità della vita da parte dell’uomo; dall’altra, la ricerca di una qualità della vita sempre più elevata e quindi in totale disponibilità delle capacità umane. Ma ci si chiede sempre più se sia giusto insistere su tesi contrapposte, o invece non sia opportuno tentare percorsi che favoriscano l’incontro su alcuni punti fondamentali, pur nella diversità delle precomprensioni che stanno a monte delle due scuole di pensiero. Sorgono qui molte domande: a chi spetta di diritto la denominazione di «laico»? Soltanto a quanti rifiutano posizioni morali di ispirazione cattolica, o anche i pensatori cattolici possono dirsi «laici»? Esistono realmente una bioetica «laica» e una bioetica «cattolica»? Le differenze tra le due sono sostanziali o sono soltanto il risultato di una comoda etichettatura, utile per mettere a tacere certi tipi di argomentazione?

I contributi raccolti in questo fascicolo cercano, appunto, di percorrere una via di dialogo, alla ricerca di un possibile incontro tra le due visioni. In questo senso alcuni autori propongono delle tesi in cui la vita viene vista come consegna di responsabilità, in tensione verso una pienezza che va oltre il semplice benessere fisico. Il rispetto della vita viene visto così non solo sotto l’aspetto deontologico, ma anche in rapporto alle conseguenze degli atti che si pongono, in modo che la dignità delle persone sia sempre rispettata e difesa. Su questi punti si profila un accordo di fondo, anche se permangono divergenze sul piano della prassi[1]. Inoltre, ci sembra importante uno sguardo di misericordia e di simpatia: troppo spesso i pronunciamenti delle autorità della chiesa vengono visti come decisioni crudeli, che impediscono la gioia di vivere e il benessere delle persone. Siamo convinti che qui spesso sia in gioco la credibilità della chiesa di fronte alle situazioni angosciose, che sempre più spesso sono dibattute nell’opinione pubblica. Di fronte al dolore sordo delle malattie incurabili è necessario che i difensori della sacralità della vita giungano «ad abbandonare le costruzioni apologetiche, che sfocerebbero solo in un vitalismo a oltranza irrispettoso dell’essere umano (il dovere morale è quello di prolungare la vita, non l’agonia)», mentre i difensori della qualità della vita dovrebbero rinunciare «a orgogliosi autonomismi in cui “l’uomo è misura di tutte le cose”»[2].

Il fascicolo si apre con una panoramica sulla situazione attuale, cercando di evidenziare i punti di concordia tra le visioni etiche oggi predominanti (Massimo Reichlin, Università San Raffaele, Milano). Segue, poi, l’intervento di Aldo Natale Terrin (Università di Urbino e Istituto di liturgia pastorale «S. Giustina» di Padova), che illustra i diversi modi di affrontare la problematica della bioetica nelle grandi religioni. Il contributo di Salvino Leone (Istituto di studi bioetici «Salvatore Privitera» di Palermo) mette a fuoco l’agibilità di una bioetica sapienziale, che favorisca il sorgere di un’alleanza terapeutica tra medico e paziente e in cui l’equità, la sostenibilità delle cure e l’autonomia della persona siano prese sempre in giusta considerazione. Conclude questa prima serie di articoli, dal carattere più generale, l’articolo del biblista Rinaldo Fabris (Facoltà teologica del Triveneto, Udine) che illustra il tema della vita come bios e come zoè nel messaggio delle Scritture cristiane, in particolare alla luce del Cristo, venuto perché «tutti abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza» (Gv 10,10).

La seconda serie di articoli affronta alcune delle questioni più pressanti del momento: anzitutto la problematica del cosiddetto «testamento biologico», ossia le dichiarazioni anticipate circa il trattamento medico che la persona desidera avere quando non fosse più in grado di esprimere il proprio parere (Renzo Pegoraro, Fondazione Lanza, Padova). Sugli aspetti emozionali e psicologici che pone l’accompagnamento dei malati terminali, intervengono Eleonora Capovilla e Irene Guglieri (Struttura operativa di psico-oncologia, Ospedale di Padova). Sui test genetici prima e dopo il parto offre la sua esperienza Corinna Porteri (Unità di bioetica, Ospedale Fatebenefratelli di Brescia), mentre Corrado Viafora (Fondazione Lanza e Università di Padova) riporta la grande esperienza maturata nei quindici anni di attività del Comitato di bioetica presso il Dipartimento di pediatria della Clinica universitaria di Padova e riguardante gli «interventi al limite» nella terapia dei neonati in pericolo di vita. Il fascicolo si chiude con i suggerimenti bibliografici dell’Invito alla lettura e la consueta rubrica In libreria dedicata alle recensioni di alcuni tra i libri inviati in redazione.



[1] Cf. S. Leone, La sacralità e la qualità della vita, in «Rivista di teologia morale» 154 (2007) 197-202, in particolare le pp. 200-201.

[2] Ibid., pp. 201-202.


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