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Per una laicità positiva
Editoriale

Grazie a una sana collaborazione tra la comunità politica e la chiesa,

realizzata nella consapevolezza e nel rispetto dell’indipendenza

e dell’autonomia di ciascuna nel proprio campo,

si rende all’uomo un servizio che mira

al suo pieno sviluppo personale e sociale[1].

Il 16 gennaio 2008 è apparso ne «La Stampa» di Torino un intervento significativo di Gian Enrico Rusconi, intitolato La sconfitta dei laici in riferimento alla contestazione che ha impedito a Benedetto XVI di tenere la lectio magistralis presso l’Università romana della Sapienza: «È una dura prova per la laicità italiana – scrive Rusconi – la sconfitta di un’alta istituzione scientifica del nostro paese. È un momento difficile della società civile che è composta di credenti e non credenti che stanno faticosamente ricostruendo regole di convivenza in un contesto che improvvisamente si è deteriorato. Adesso sarà inevitabile che un atto presentato dalle autorità vaticane come gesto di prudenza si trasformi in atto di accusa contro un’istituzione fortemente rappresentativa come l’Università di Roma, o addirittura contro la laicità dello stato italiano in quanto tale. È la laicità come tale messa sotto accusa perché incapace di difendere i suoi stessi principi». Quest’ultima annotazione, che si collega alla famosa tesi di Ernst-Wolfgang Böckenförde, secondo cui «lo stato liberale secolarizzato vive di presupposti normativi che non può garantire»[2], fa comprendere meglio l’importanza del tema cui è dedicato il presente fascicolo.

Ci si chiede infatti che cosa significhi veramente essere laico. Secondo una definizione corrente, che può essere condivisa ampiamente, il laico è colui che non possiede una verità dogmatica assoluta, ma che attraverso la discussione e l’analisi cerca di raggiungere una verità che lo sorpassa, che è sempre più grande di quello che la sua intelligenza può comprendere. In questo senso la laicità non contraddice la religione, ma soltanto l’assolutezza del dogmatismo, in quanto ogni «definizione» o formulazione umana è sempre limitata e incompleta rispetto al mistero della realtà ultima, dell’Assoluto che sfugge a ogni nostro desiderio di possesso.

In un senso più tecnico, giuridico, si possono distinguere tre tipi di laicità: una laicità separatista, che comporta un atteggiamento di neutralità indifferente verso qualsiasi culto; una laicità nemica, avversa, contraria alla religione e, infine, una laicità rispettosa, che cerca la cooperazione attiva per il bene delle persone e della società: quest’ultima concezione è riflessa anche nell’art. 1 del nuovo Concordato tra Italia e Santa Sede del 1984, in cui stato e chiesa dichiarano di volersi impegnare «alla reciproca collaborazione per la promozione dell’uomo e il bene del paese».

Certamente c’è una posizione laica, o meglio «laicista», che vorrebbe impedire al magistero ecclesiastico di parlare. Si può discutere sui modi e sulla frequenza degli interventi di vescovi o di personaggi ecclesiali, che magari si pronunciano su argomenti secondari; è un problema di opportunità, di linguaggio, di mass media, che non va trascurato, ma resta il punto di principio: la libertas ecclesiae non può essere limitata, proprio in nome della laicità. Soggiacente c’è il nodo del rapporto tra libertà e verità. Sembra per alcuni che la libertà possa fare a meno della verità, o che quest’ultima per natura sua diventi causa di intolleranza, avendo la pretesa di escludere chi non la condivide. Da una parte, l’esperienza delle guerre di religione o dei vari fondamentalismi odierni mostra il rischio concreto, in nome della verità, di annullare la libertà di coscienza del singolo e dell’esercizio pubblico delle varie religioni; d’altra parte, c’è il rischio contrario di scivolare in un relativismo soggettivistico, che, esaltando la libertà come principio supremo, mette in crisi i fondamenti stessi del vivere in società.

Su questi problemi si è più volte espresso Benedetto XVI, in particolare nel discorso fatto all’Unione giuristi cattolici italiani il 9 dicembre 2006. La chiesa, secondo il pontefice, ha il diritto di pronunciarsi sui problemi morali che oggi interpellano la coscienza di tutti gli esseri umani. Per questo egli rifiuta l’accusa di «ingerenza» per la chiesa quando essa difende i grandi valori che danno senso alla vita e salvaguardano la dignità della persona umana. Le basi di una «sana laicità», spiega il papa, sono già contenute nei documenti del concilio Vaticano II: essa «implica l’effettiva autonomia delle realtà terrene, non certo dall’ordine morale, ma dalla sfera ecclesiastica». Dunque «non può essere la chiesa a indicare quale ordinamento politico e sociale sia da preferirsi, ma è il popolo che deve decidere liberamente i modi migliori e più adatti di organizzare la vita politica», perché ogni intervento della chiesa in tale campo sarebbe indebita ingerenza. D’altra parte, è anche vero che la sana laicità «comporta che lo stato non consideri la religione come un semplice sentimento individuale, che si potrebbe confinare al solo ambito privato». La religione va, infatti, «riconosciuta come presenza comunitaria pubblica» e per tutte le religioni deve essere «garantito il libero esercizio delle libertà di culto». In tal senso, afferma il papa, «non è ingerenza difendere i valori che danno senso alla vita».

Anche a Verona, intervenendo al Convegno della chiesa italiana nell’ottobre 2006, Benedetto XVI ha detto chiaramente: «La chiesa non è e non intende essere un agente politico»; spetta dunque ai fedeli laici il compito immediato di agire in campo politico, in quanto cittadini che si impegnano secondo coscienza e responsabilità. Più recentemente, in occasione del suo viaggio in Francia nel settembre 2008, il papa, sull’aereo che lo ha portato a Parigi, ha ripetuto che «la laicità non è di per sé in contraddizione con la fede». Ha poi aggiunto, nel saluto alle autorità francesi: «È fondamentale infatti, da una parte, insistere sulla distinzione tra l’ambito politico e quello religioso, al fine di tutelare sia la libertà religiosa dei cittadini che la responsabilità dello stato verso di essi e, dall’altra parte, prendere una più chiara coscienza della funzione insostituibile della religione per la formazione delle coscienze e del contributo che essa può apportare, insieme ad altre istanze, alla creazione di un consenso etico di fondo, nella società»[3].

Si tratta dunque di impostare i rapporti tra stato e chiesa secondo una «laicità positiva» che sappia dialogare con la religione, e viceversa secondo una religiosità che rispetti la natura laica dello stato. Come tale quest’ultimo non può rappresentare nessuna religione, ma non la può eliminare, deve anzi mettersi in rapporto con essa, perché il fatto religioso preesiste, è presente nella società prima ancora dello stato, essendo inerente e costitutivo dell’essere umano. In questo senso, come ha affermato il presidente Sarkozy nel suo saluto di risposta a Benedetto XVI, di fronte alle sfide con cui la nostra epoca deve misurarsi «la laicità positiva offre alle nostre coscienze la possibilità di dialogare sul significato che vogliamo dare alla nostra esistenza»[4].

Si tocca qui il nodo antropologico della questione. Giustamente il primo articolo di Giuseppe Goisis (Università di Venezia Ca’ Foscari) mette l’accento sull’atteggiamento dialogico fondamentale per chi vuole ricercare la verità non come mezzo di sopraffazione, ma come via di liberazione: imparare l’arte del dubbio, dell’autocritica è il rimedio contro ogni forma d’integrismo dogmatico. D’altra parte, come cristiani, dobbiamo sempre metterci a confronto con il principio evangelico del «dare a Cesare quel che è di Cesare, e a Dio quel che è di Dio». Per il cristiano né il cesaropapismo né la teocrazia rappresentano modelli da imitare, come spiega nel suo contributo Bruno Maggioni (Università cattolica di Milano). Dal punto di vista filosofico, interviene con finezza e sensibilità Armando Matteo (Assistente ecclesiastico nazionale della FUCI), mostrando come il cammino verso la verità tutta intera sia una ricerca continua e nello stesso tempo un impegno di onestà e umiltà. Scendendo, poi, sul piano più concreto dei temi «eticamente sensibili» abbiamo due contributi che si richiamano reciprocamente. Il primo, di Giannino Piana (Università di Urbino), imposta l’approccio corretto per affrontare tali questioni, in modo da raggiungere una «ragione condivisa», evitando esclusioni aprioristiche o ripiegamenti sul proprio gruppo di appartenenza. Nella situazione odierna di una società pluralistica l’unica via percorribile è quella della mediazione e del dibattito, tenendo presenti i criteri di responsabilità di ciascuno e delle istituzioni preposte alla convivenza civile. Il secondo contributo, di Corrado Viafora (Università di Padova), mostra che la bioetica è diventata il «locus antropologicus» principale per il dialogo tra laici e cattolici, in quanto la domanda sul senso della vita e dell’uomo costituisce l’orizzonte in cui cercare e inserire le norme concrete dell’azione.

Carlo Cardia (Università di Roma) analizza ampiamente il ruolo dei cattolici italiani negli ultimi decenni, mettendo in luce il valore universale della laicità e della libertà religiosa, che hanno rispettivamente liberato la teologia dalla politica e la politica dalla teologia. Da un punto di vista ecumenico, Giovanni Cereti (Istituto di studi ecumenici san Bernardino di Venezia.), compie un’indagine sul rapporto tra chiesa cattolica e laicità dal punto di vista istituzionale, mettendo in rilievo la specificità dei concordati tra gli stati e il Vaticano e la diversità con cui le altre chiese cristiane stabiliscono il rapporto con i rispettivi stati. In questa panoramica finale trovano posto anche le altre religioni, alcune delle quali, come l’islam, presentano problemi di non facile soluzione. Come al solito, l’Invito alla lettura conclude il fascicolo e fornisce strumenti per un ulteriore approfondimento su di un tema che tocca direttamente la vita di tutti.



[1] Benedetto XVI, Discorso alla Conferenza episcopale francese, Lourdes, 14 settembre 2008, in http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/speeches/2008/september/documents/hf_ben-xvi_spe_20080914_lourdes-vescovi_it.html (19.09.2008).

[2] Cf. E.-W. Böckenförde, Diritto e secolarizzazione: dallo stato moderno all’Europa unita, Laterza, Bari-Roma 2007; Id., Cristianesimo, libertà, democrazia, Morcelliana, Brescia 2007.

[3] Benedetto XVI, Discorso nell’incontro con le autorità dello stato all’Elysée, Parigi, 12 settembre 2008, in http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/speeches/2008/september/documents/hf_ben-xvi_spe_20080912_parigi-elysee_it.html (19.09.2008).

[4] N. Sarkozy, Discours de bienvenue à Benoît XVI, Paris, 12 septembre 2008, in http://www.zenit.org/article-18778?l=french (19.09.2008).


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