Sant'Antonio.org - Il portale della comunità antoniana
Edizioni Messaggero Padova
   Homepage
   Chi siamo
   L'ultimo numero
   Consulta i fascicoli
   Monografie 2020
   Le serie (1980-2019)
   Abbonamenti
   Mailing list
   Il mio carrello

 
Ricerca avanzata



quarantesimo
Messale festivo 2020
Trasparenze della parola
La fine del mondo


 Stampa pagina           Segnala pagina



 
In cammino verso la verità tutta intera: l’itineranza come metafora della ricerca del vero
Armando Matteo

Troppo spesso l’uomo preferisce gli idoli alla verità, una presenza fittizia degli spettri alla sua istanza sottratta e soave, e non sa che gli idoli sono sempre crudeli, distruggono la carne e la mente umana, la vita delle persone, il tessuto di una società. Il vero problema della verità è per questo la menzogna, il suo camuffarsi in tante vesti ideali e futili. Sembra che l’uomo non sia fatto per cogliere la verità, ma cosa rimarrebbe di lui senza di essa?[1].

È proprio sullo sfondo di questo inquietante interrogativo circa la non destinazione dell’uomo alla verità che vorremmo nelle pagine seguenti riflettere, cercando di chiarire i termini secondo i quali si declina un’autentica ricerca della verità.

Ora, la faticosa storia, intellettuale e civile, del Novecento ci consegna la consapevolezza che, se ha ancora un senso e vi è ancora una necessità di trattare della verità e del vero, non lo si possa fare che sulla base di una concezione analogica di tali concetti. Vero, per citare indirettamente Aristotele, si dice in molti modi. Molti non vuol dire una pluralità di significazioni che nulla hanno a che fare l’una con l’altra; vuol dire piuttosto che il sostantivo «verità» e il corrispondente aggettivo «vero» esprimono, nei diversi ambiti del sapere umano, dimensioni del rapporto soggetto-mondo non perfettamente sovrapponibili né immediatamente (cioè senza mediazione) assimilabili.

La scienza, dunque, la filosofia, la storia, ma pure la poesia, l’arte, il romanzo e la stessa teologia hanno senz’altro a che fare con la verità e con la sua ricerca, ma l’intenzionano in modalità strutturali ed espressive differenti. Ciascuna di esse rappresenta un mondo e un universo simbolico compatto, con le sue regole e il suo linguaggio, e ciascuna richiede, al soggetto, una conversione previa di quell’atteggiamento ordinario verso il mondo, senza della quale mai potrà darsi qualcosa come una scoperta scientifica, un’analisi filosofica, un componimento letterario. E in tutti questi ambiti dell’attività umana, accade un’autentica ricerca della verità, i cui risultati si danno in forme specifiche, le quali sono per l’appunto dimensionalmente differenti tra loro, ma, in-segnando e inseguendo tutte il rapporto del soggetto con la realtà che lo circonda, possono pure avviare rapporti di saluto e di corrispondenza.

1. La verità non è un bottino

Una seconda e più vivida certezza intorno alla verità e alla sua ricerca ci consegna ancora l’eredità culturale del Novecento, contraddistinta com’è noto da imponenti mutamenti di paradigma nel campo scientifico (Einstein e Heisenberg), da rivoluzionari approcci nell’ambito dell’antropologia (Darwin e Freud), da eclatanti metamorfosi nella pittura (Picasso e Matisse), nella musica (Schönberg) nel romanzo (Pirandello, Mann, Proust, Joyce, Musil, Kafka), da svolte radicali nell’ambito della teologia (Guardini, Barth, Rahner, von Balthasar) e della filosofia (Husserl, Wittgenstein, Heidegger, Gadamer) e si potrebbe continuare anche per molti altri ambiti del sapere, senza dimenticare la lunga prova dell’elaborazione del lutto di intere generazioni per la terribile tragedia dell’olocausto e più in generale degli orrori della seconda guerra mondiale[2].

E la certezza è la seguente: che cioè la verità non la si possiede mai come un bottino garantito per sempre, come un trofeo da esibire né come una spada da brandire.

Non possiamo separare la ricerca della verità dalla consapevolezza che il confine che separa le forme della sua affermazione da quelle delle sue mistificazioni non è mai assicurato una volta per tutte.

Se esiste, pertanto, una destinazione della verità all’uomo – e come lo si potrebbe negare in modo veritiero senza la verità, con buona pace di coloro che pur hanno tentato tale impresa dagli scettici a Nietzsche – tale destinazione si distende su ambiti differenti e impone la messa in campo di specifici atteggiamenti che conducono a corrispondenti risultati, la cui diversità ci riporta all’affermazione iniziale circa il carattere analogico e non univoco della nozione di verità.

2. L’itineranza come metafora della ricerca del vero

Alla luce delle precedenti affermazioni vorremmo ora accostare alcuni ambiti del sapere per misurare in concreto che cosa voglia dire «ricerca del vero» o, per usare un’espressione evangelica, «fare la verità». Abbiamo scelto di interrogare il sapere scientifico, quello filosofico, quello poetico e quello teologico, come rappresentativi di molti altri, confidando che tale parzialità non pregiudichi in modo irreparabile la riflessione qui avviata.

– Nessuno più dello scienziato sperimenta quanto la ricerca della verità sia affare delicato e sempre aperto. Da una parte, sembrerebbe che oggi l’unico sapere in grado di parlare con verità sia quello scientifico, perché basato su un continuo contatto con la concretezza dei dati, che non è riscontrabile in altre applicazioni dell’intelligenza umana. Dall’altro, sembrerebbe essere effettivo esattamente il contrario, cioè che la scienza non possa mai parlare con verità. Lo scienziato, infatti, non deve solo registrare i risultati delle sue ricerche, ma anche descrivere dettagliatamente le condizioni e le diverse fasi della stessa; deve cioè fornire ogni opportunità perché la sua indagine possa venire falsificata, perché qualcun altro possa individuare eventuali passi falsi o procedure scorrette.

Ha quindi sempre coscienza, lo scienziato, che la qualità e la quantità dei risultati dipendono dal modello ipotetico da lui creato per quel preciso esperimento. Ma una tale coscienza della fallibilità del percorso utilizzato verso i risultati raggiunti non dovrebbe allora invitarci a evitare del tutto l’uso della nozione di verità e di vero in questo ambito? E difatti scientificamente «vero» significa che le cose descritte stanno in un determinato modo sino a prova contraria. In ogni caso, la ricerca scientifica richiede e impone un atteggiamento di grande umiltà, una consapevolezza sempre lucida della limitatezza del proprio ambito d’indagine e della provvisorietà dell’attuale strumentario utilizzato. È senz’altro work in progress.

– Compiamo un salto dimensionale e accostiamoci al sapere filosofico, il quale, pur attraverso mille cambiamenti, non ha mai smesso di avere a che fare con la verità. Non siamo ovviamente nell’ambito di una descrizione puramente elementare del mondo, ma in quello di un’interrogazione sul senso del mondo, sulle relazioni significative che in esso si instaurano, sui rapporti di valore che le singole realtà possiedono ed esprimono, soprattutto nella loro relazione al soggetto umano. E il filosofo fa appello ad un’e-videnza del mondo che egli trascrive in concetti e affermazioni, operazione che si rivela «vera» solo nella misura in cui questi ultimi siano in grado da sé di contrastare ogni concetto o affermazione opposti. Il filosofo è così chiamato a tenere sempre in considerazione il punto di vista contrario al suo, la prospettiva diametralmente contraddittoria e in tutto questo deve esercitarsi in un atteggiamento di fierezza e di coraggio, autoesponendosi liberamente al pensiero totalmente differente al suo, dimostrando le motivazioni che impedirebbero a quest’ultimo di dar meglio ragione di e di gettare maggiore luce su ciò che è oggetto di indagine. Filosoficamente vero è dunque ciò che illumina di più.

– Un altro salto ancora nei pressi della poesia. Sembrerebbe che il poeta abbia poco o nessun commercio con la verità. La sua non è, del resto, tutta produzione della fantasia, della genialità e dell’estro? Che cosa potrebbe mai comunicarci di «vero» chi inventa da sé parole e immagini per portare alla luce ferite e gioie, nostalgie e utopie, che albergano nel suo intimo? Eppure, come non riconoscere che vi sono soglie e baratri della vita di ciascuno e della storia collettiva dell’umanità che, senza il tocco della poesia, sarebbe semplicemente impossibile attraversare e superare? Potremmo fare a meno di un Celan, di un Saba, di un Caproni, di un Ungaretti? E potremmo onestamente relegare tutti costoro nell’ambito di una pura espressività soggettiva che nessun con-tatto con il mondo intenzioni? E allora, che cosa diremo? Seppur ancora lontani dall’aver scoperto il segreto metadiscorsivo della poesia, siamo in ogni caso consapevoli che vi è una verità originaria e originante nella poesia, che forse ha un legame con quella povertà ontologica, con quello s-fondo nudo dell’io, da cui si origina ogni sua ulteriore manifestazione.

– Infine, in questa rassegna, volgiamo il pensiero alla teologia e quindi più in generale alla fede cristiana. Qui assistiamo ad un ulteriore e ancora più paradossale salto dimensionale. Se nella scienza «vero» è il carattere che si assegna ai risultati provati e tuttavia fallibili, se nella filosofia è ciò che illumina di più, ma che reca sempre traccia di una sofferta tensione con ciò che illumina diversamente, se poeticamente «vero» è ciò che ci permette di sfiorare il tessuto vitale della vita – e si potrebbe (e forse dovrebbe) continuare con gli altri ambiti delle applicazioni del sapere umano –; in teologia la verità assume una forma personale. Il credente riconosce una coincidenza tra la verità e la persona del Cristo, che rende le parole di quest’ultimo «parole di vita», parole cioè che segnano e segnalano la via della vita. E qui già subito percepiamo che non stiamo parlando di quella vita che è registrabile grazie al battito del cuore o alle onde cerebrali, né di una via che interessi la geografia e la cartografia, ma del significato e del giudizio dell’esercizio mai istintualmente assicurato della libertà umana.

Quella coincidenza, tuttavia, si rivela solo alla coscienza che si converte e dispone, nella e con libertà, ad accoglierla. Non ha un carattere dispotico, che la farebbe imporre a ogni costo, soprattutto al costo della libertà:

La manifestazione di Gesù non si costituisce come verità della rivelazione di Dio, presso la coscienza, se questa coscienza respinge l’appello a solidarizzare affettivamente con la giustizia nel senso verso la quale viene indirizzata dall’accadere del quale Gesù è protagonista e interlocutore. In questa luce, la tradizione cristiana, che respinge il pregiudizio della fede come cieco moto dell’animo, respinge pure il mito di una evidenza naturalistica della rivelazione di Dio[3].

Non solo. Quella coincidenza è permessa a partire da un evento storico ed è chiamata a farsi storia. La fede cristiana nasce dall’ascolto e dall’accoglienza della rivelazione compiuta da Gesù di Nazaret, attestata dai Vangeli e trasmessa nella vita storica della comunità dei credenti; evento, questo, che non rinchiude il mistero santo di Dio in una formula da mandare giù a memoria e da utilizzare quando opportuno. In secondo luogo, la fede è vera se tocca radicalmente la vita del credente, avviando un cammino di assimilazione del suo spirito a Cristo, cioè di appropriazione del modo di vedere e giudicare il mondo secondo Cristo. E nella vita della spirito non vi sono mai automatismi, ma percorsi di continua purificazione, di ripresa e di rinascita.

Chiunque è ora in grado di apprezzare il delicato lavoro della teologia, che deve accuratamente e precisamente istruire i nessi tra rivelazione della verità di Gesù e libertà dell’affidamento del soggetto. Questo richiede un atteggiamento di grande generosità, perché la verità di Gesù si compie solo tramite la carne viva dei suoi discepoli. Nessuno meglio di un teologo dovrebbe, dunque, sapere del carattere non dispotico della verità, ma della sua libera destinazione all’uomo.

Ma forse è giunto il momento di domandarci: è l’uomo destinato alla verità? Cioè: è l’uomo «medio», l’uomo della strada, in grado di corrispondere a questa destinazione della verità nei suoi confronti? Oppure la vita di tutti i giorni non ci consegna l’amara constatazione che l’uomo è in grado di sopportare solo quella verità che egli abbia precedentemente manomessa, prevaricata, distorta, eterodiretta e stravolta, univocamente ammaestrata ai suoi fini?

Tali interrogativi, per quanto dolorosi e urtanti possano apparire, sono necessari perché la nostra riflessione non si muova nell’astratto.

3. La verità manomessa

Sembra che l’uomo cerchi più la compagnia della mediocrità, dell’intolleranza, della velleità e dell’idolatria, che non quella della verità. Quante volte abbiamo visto (in TV) o letto i libri di quello scienziato che, solo in nome dell’autorevolezza che gli conferiscono i suoi studi settoriali, senza per nulla preoccuparsi dei confini della propria conoscenza, si sente autorizzato a entrare a gamba tesa in altri ambiti del sapere e del vivere umano? L’interferenza di cui si fa in tal modo portatore non guasta semplicemente rapporti di buon vicinato; è l’abdicazione al principio primo di ogni autentica scienza, quello secondo il quale bisogna sapere individuare con precisione le domande per poter sperare in una risposta e saper riconoscere quali sono gli interrogativi cui lo scienziato in quanto scienziato non può rispondere. Se invece cerca di rispondervi in quanto scienziato allora diventa uno scienziato mediocre, con grave danno alla scienza e alla pubblica opinione. La quale sbrigativamente ragiona più o meno in questo modo: se una cosa l’ha detta lo scienziato sarà senz’altro vera, come potrebbe essere diversamente? E così si confondono, si mescolano, le idee, accendendosi e acuendosi i contrasti.

Allo stesso modo fa male alla ricerca del senso dell’agire umano e al pubblico confronto quell’intellettuale che stancamente ripete le sue convinzioni, dimenticandosi che la verità di un’intuizione va ritrovata ogni giorno e sempre attraverso il vaglio dell’opposizione. Egli cede così quasi inavvertitamente e contrariamente alle sue stesse aspettative a un atteggiamento di intolleranza: non sopporta alcuna distinzione, stronca i suoi critici. O con lui o all’inferno! E il (tele)spettatore che lo ascolta non impara alcun senso di quel coraggio che richiede l’esporsi al confronto, assimila piuttosto la convinzione che chi non la pensa come lui sia semplicemente un nemico da abbattere.

E che cosa non dire ancora di quegli uomini d’arte che, non più attenti a seguire il nudo darsi e scorrere della vita, si prostituiscono alla moda e al mood del tempo? La loro opera diventa velleitaria, vuota, puro divertissement, passatempo, cruciverba dello spirito. Si indovina già come le cose andranno a finire, alla prima riga, pagina, scena, nota. Certo, abbiamo bisogno anche di questo. Ma non solo di questo. La realtà ama, infatti, manifestarsi in controluce, in tracce nascoste, sentieri interrotti, falde profonde, che solo i poeti sanno svelare.

Infine, lo stesso uomo di fede rischia di trasformare il suo liberante e lieto atto di fede in algido sguardo che giudica e condanna il diversamente credente, il non credente, chi sta a mezzo del guado tra il credere e il non credere. E ciò accade, quando l’uomo di fede e di chiesa trasforma il vangelo in dottrina, l’etica in regole, l’appartenenza alla comunità ecclesiale in lobby, la fede in idolatria. E così l’esperienza credente non appare più come qualcosa di corroborante e qualificante la libertà umana, ma come un peso, una camicia di forza che impedisce automaticamente alcuni gesti, consentendone pochissimi altri. Qui lo spirito ha perso ogni leggerezza e si è fatto legame asfissiante, ideologia, idolatria, fondamentalismo.

Quale dialogo potrebbe allora sussistere o semplicemente sorgere, quando lo scienziato è diventato mediocre, l’intellettuale intollerante, lo scrittore vanesio, l’uomo di fede fondamentalista? Esiste una via d’uscita? Si può ancora parlare di verità? Non si è venuti meno in questo modo a ogni possibilità di con-tatto tra le diverse dimensioni del sapere e dell’applicazione dell’intelligenza e lasciata invece aperta la strada solo allo scontro politico, ideologico, violento e infine assassino?

4. La competenza della verità

La ricerca della verità ha dunque un costo, richiede un cammino, un autentico travaglio[4], che non tocca solo i metodi, gli strumenti, la formulazione corretta dei risultati, ma più in profondità sfiora il midollo stesso del soggetto che cerca la verità, gli impone di assumere un atteggiamento di autentica competenza. Quest’ultima si manifesta, innanzitutto, nella disponibilità e nella capacità di riconoscere che le mille e più domande, che l’uomo si pone nei confronti del mondo e della relazione che intrattiene con esso, sono dimensionalmente differenti. E proprio per questo richiedono, ciascuna, un trattamento singolare. E qui competenza significa umiltà, vaglio critico, concretezza, rispetto di regole e di procedure, rinuncia a precipitose e facili assimilazioni, analogie, allargamenti, estensioni.

Ma competenza significa anche, letteralmente e profondamente, correre insieme, saper tenere il ritmo; etimologicamente deriva, infatti, dal latino cum pètere: andare verso insieme. La competenza dunque richiesta dalla ricerca della verità è quella che nasce dalla resistenza all’assolutizzazione del proprio punto di vista e dall’apertura agli altri. Competenza significa precisamente resistenza alla confusione e nello stesso tempo alla separazione; più positivamente obbedienza a ciò che di più grande si può ancora manifestare dal reciproco ascolto delle ragioni di ciascuno.

E questo è un prezzo che francamente la televisione – e con essa la pubblica opinione – non vuole né forse può pagare. Ma tutto ciò che non è buono per la televisione non è per questo stesso cattivo per la convivenza e la crescita umana.

Vi è dunque una fatica costosa nella ricerca del vero, alla quale, come già notato, è piuttosto facile sottrarsi e scivolare in tutti quegli atteggiamenti che portano a scontrarsi con gli altri esattamente in nome della verità o per la causa della verità.

In tutto ciò si manifesta, infine, il carattere escatologico della destinazione umana alla verità: la verità non può essere trattata da bottino, perché bisogna sempre e di nuovo seguirne le orme, sforzandosi con umiltà di tentare un raccordo, una sintonia, una composizione dei frammenti che solo parzialmente ne riproducono l’immagine integra e intera.

In conclusione, parafrasando S. Weil, possiamo dire che l’uomo forse può poco perché la verità tutta intera gli si manifesti, ma al contrario può molto per contrastare tutto ciò che potrebbe spingere il suo cuore e la sua intelligenza a manometterne le manifestazioni via via faticosamente rintracciate. Può tenere liberi la sua intelligenza e il suo cuore da tutto ciò che contrasta e indebolisce la ricerca del vero: la mediocrità, l’intolleranza, la vanagloria, l’idolatria. Si tratta certamente di un lavoro negativo, ma quanto mai necessario, specialmente oggi.

Nota bibliografica

E. Salmann, Presenza di spirito. Il cristianesimo come gesto e pensiero, EMP, Padova, 2000; G. Sgubbi - P. Coda (edd.), Il risveglio della ragione, Città Nuova, Roma 2000; P. Sequeri, L’idea della fede. Trattato di teologia fondamentale, Glossa, Milano 2002; V. Possenti (ed.), La questione della verità, Armando, Roma 2003; Id. (ed.), Ragione e verità. L’alleanza socratico-mosaica, Armando, Roma 2005; A. Staglianò, Su due ali. L’impegno della ragione responsabilità della fede, Lateran University Press, Roma 2005; R. De Monticelli, Sullo spirito e l’ideologia. Lettera ai cristiani, Baldini Castoldi Dalai, Milano 2007; I. Nicoletto, Transumananze. Per una spiritualità del/nel movimento, Città Aperta - Servitium, Troina (En) 2008; G. Caramore, La fatica della luce. Confini del religioso, Morcelliana, Brescia 2008.



[1] E. Salmann, Presenza di spirito. Il cristianesimo come gesto e pensiero, EMP, Padova 2000, p. 52.

[2] Si veda A. Matteo, Presenza infranta. Il disagio postmoderno del cristianesimo, Cittadella, Assisi 2008, specialmente il primo capitolo.

[3] P. Sequeri, L’idea della fede. Trattato di teologia fondamentale, Glossa, Milano 2002, p. 76.

[4] Davvero molto efficace questo termine: «Con un po’ di licenza ecco un ardito “viaggio” tra le lingue per cogliere alcune etimologie e assonanze interessanti. L’inglese travel può evocare il francese travail (“lavoro”) e l’italiano travaglio (le doglie del parto). Travaglio, poi, richiama il latino volgare tripaliare, ovverosia torturare mediante il tripalium, strumento di tortura formato da tre pali tenuti insieme. Travelling si ricollega al tedesco trippeln, come “camminare a passettini”, da cui il famigliare trip come “gita” e il gergale (anche in italiano) “viaggio” sotto effetto di stupefacenti. Trippeln, ancora, come il medio olandese trappen, significa “incespicare”, “scivolare”, “mancare lo scalino”. Viaggio, poi, rimanda al tardo latino viaticum, che comporta un’idea di difficoltà, se non altro perché indica riassuntivamente le “provviste” – e in generale i “mezzi” – da approntare per il viaggio che si sa difficile. E non a caso, nel linguaggio della liturgia cristiana, il viatico è il sacramento dell’Eucaristia che accompagna il fedele in prossimità della morte, come ultimo viaggio/travaglio del vivere» (R. Maiolini, Tra fiducia esistenziale e fede in Dio. L’originaria struttura affettivo-simbolica della coscienza credente, Glossa, Milano 2005, p. 4).


 Vai inizio pagina           Stampa pagina           Segnala pagina


© 2020 PPFMC Messaggero di S.Antonio Editrice
Via Orto Botanico 11 - 35123 Padova (Italy) - P.Iva 00226500288
Tel. +39 049 8225 777 (da lun. a ven. 9.00-12.30) - Fax +39 049 8225 650
email:credere@santantonio.org | Privacy & cookie
 

In order to provide you with the best online experience this site uses cookies.
By accessing our website, the user accepts to receive cookies.