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Messale festivo 2020
Trasparenze della parola
La fine del mondo


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Condividere e comunicare la fede in famiglia
Chino Biscontin

1. Tra marito e moglie

Il sacramento del matrimonio rende gli sposi responsabili oltre che della propria fede anche di quella del coniuge e dunque la comunicazione della e nella fede è una componente essenziale della loro vita insieme. Essa può collocarsi a diversi livelli di profondità che, schematizzando, possono essere ricondotti a tre:

– la condivisione della preghiera spontanea personale,

– la preghiera in comune basata su testi e formule,

– il dialogo per l’arricchimento reciproco, il discernimento e le decisioni da prendere.

La condivisione della fede tra marito e moglie comporta la condivisione della preghiera, che dovrebbe giungere fino a fare del coniuge il testimone di un proprio rivolgersi a Dio con parole proprie. Ritengo che si tratti di una cosa piuttosto rara e ciò perché, nella situazione culturale in cui viviamo, obiettivamente difficile. Basta che vi sia una qualche incrinatura nel rapporto tra gli sposi, o una qualche fragilità nel rapporto personalissimo con Dio, e questa preghiera genera imbarazzo. O l’imbarazzo di chi non riesce a sopportare di stare davanti a Dio con in cuore delle riserve rispetto al coniuge presente, o quello di chi sente venir meno la preghiera che sta pronunciando ad alta voce con vicino il proprio coniuge che rispetta e ama, se quel pregare non lo percepisce come autentico. Ma in questi nostri tempi, segnati da una cultura scettica e fortemente individualista, lacune e fragilità di quel tipo sono molto comuni. Difficile, dunque, quel tipo di preghiera, ma se praticata, almeno talvolta e sia pure con la discrezione e il pudore che esige, avrebbe proprio la capacità di porre le persone con lucidità davanti alle incrinature della fede e del rapporto con Dio, così da poterle affrontare, con la gradualità ma anche con la fiducia e la tenacia che sono necessarie. Decisivo rimane un forte abbandono all’amore colmo di misericordia di Dio, così forte da contrastare quelle resistenze e quell’imbarazzo di cui s’è detto.
Meno difficile in sé, anche se richiede una fedeltà esigente, e un po’ più praticato, è il pregare insieme che prevede la recita di testi biblici (salmi) o orazioni della tradizione; anche questo modo di pregare, se difeso da abitudinarietà e formalismi, è prezioso per nutrire una fede consistente e condivisa. Più facile ancora l’eventuale partecipazione di entrambi gli sposi a una preghiera in un gruppo ecclesiale di appartenenza, anche se essa inevitabilmente si colloca su ritmi distanziati. Ma quest’ultima andrebbe accompagnata dalla preghiera famigliare quotidiana, la cui necessità è stata giustamente affermata nell’esperienza secolare della chiesa.
Più praticabile, e di fatto più diffuso, il dialogo concernente la fede. Può essere provocato da letture, da una predica o da una conferenza, da notizie di cronaca, da decisioni riguardanti l’educazione dei figli o da altro ancora. Potrebbe diventare un’occasione nella quale i due sposi si confrontano non soltanto su un tema, ma anche sul loro coinvolgimento personale riguardo ad esso, sulla luce che getta sul senso dell’esistenza, sui doni che porta con sé per l’esistenza concreta, sulle esigenze di impegno o di cambiamento che comporta. In questo caso il parlare assieme non si riduce a una chiacchierata, ma diventa una forma di condivisione della propria fede che può arricchire entrambi. Rimane il fatto che il sacramento del matrimonio fa degli sposi dei responsabili della fede reciproca e, insieme, i primi responsabili della trasmissione delle fede ai figli. E che la fede degli sposati deve incarnarsi come perno della relazione tra i due.

2. Dai figli verso i genitori

Quando il vissuto di fede tra gli sposi è così interiorizzato da segnare profondamente la loro esistenza, il loro modo di leggere e valutare le esperienze che fanno, i loro processi decisionali e il loro comportamento, allora anche l’evento della maternità e della paternità diventa luogo dell’incontro e del dialogo con Dio. In questo senso il venire al mondo di un figlio, quando ciò è vissuto nella fede, è il venire verso i genitori di una parola e di un dono di Dio colmo di grazia, che rende più profonda e più intensa la loro comunione con il Padre. Senza questa «teologia della creazione», molto più spontanea e diffusa di quanto normalmente i pastori ne siano consapevoli, la preparazione e la celebrazione del battesimo, con la sua «teologia della redenzione», rischierebbe di restare parallela rispetto al vissuto e non al suo interno, per fecondarla. Resta il fatto che i figli, al loro nascere, sono comunicatori di fede verso i genitori, quando questi ultimi sono aperti al messaggio che in tal modo li raggiunge.
Anche il periodo dell’infanzia, con il cammino del catechismo e la prima celebrazione della penitenza e la prima comunione eucaristica, fa dei figli dei comunicatori di fede verso i genitori. Chi ha esperienza di vita parrocchiale sa bene che non è infrequente che proprio questa stagione della vita dei figli e le celebrazioni suddette diventano per genitori che si erano allontanati dalla pratica religiosa un forte richiamo. Il fatto è che i bambini conservano una «naturale» trasparenza verso Dio, che, se protetta in famiglia dagli influssi deformanti di una cultura caratterizzata da forti componenti areligiose, può stimolare gli adulti a recuperare quella trasparenza che hanno o attenuata o persa, proprio per il fatto di aver continuato a respirare inevitabilmente tale cultura. Non so se è proprio questo che voleva affermare Gesù, indicando agli adulti i bambini come modelli nella relazione con Dio (cf. Mt 18,3), ma l’esperienza a cui ho accennato conferma che i fanciulli possono mediare verso i genitori la percezione di una vicinanza di Dio e addirittura l’esperienza del suo richiamo.
La preadolescenza e l’adolescenza, con le tensioni relazionali che comportano, sono un momento molto delicato, a volte decisivo per il futuro, della relazione genitori-figli. Ma, ancora una volta, l’atteggiamento critico e il mettere in discussione le forme che incarnano la fede e il linguaggio per dirla (il che non significa sempre perdita di un’esperienza religiosa autentica), possono, e dovrebbero, essere per i genitori una stagione di rinnovamento del vissuto della propria fede. Misurarsi con lealtà con gli interrogativi, le negazioni, le critiche anche aspre, che i figli pongono, parlarne lealmente con loro, ammettendo i propri limiti, accogliendo le istanze giuste e i cambiamenti che esse comportano, è faticoso, ma è una fatica che può generare nuova vita. E anche in questo senso i figli, a loro modo, sono comunicatori di istanze che in ultima analisi vengono da Dio stesso.
Accade anche, già durante l’adolescenza e poi nella prima giovinezza, che dei figli giungano a una rinnovata e personalissima adesione alla fede, vissuta con slancio e con una certa radicalità. Perché non riconoscere a loro la carica di profezia di cui sono portatori e che vi può essere in tutto questo, compresa la domanda di una seria conversione, riguardo all’abitudinarietà della preghiera e della partecipazione alle celebrazioni liturgiche, riguardo alla rigorosità di una coerenza di cui le pagine del vangelo sono piene?
Ciò, tuttavia, è reso difficile dalla tipologia della fede di una parte considerevole dei praticanti delle nostre comunità parrocchiali. Si tratta di una fede che ha assunto fisionomia e forme durante secoli nei quali l’ecclesiologia non prevedeva, almeno a livello di ceti popolari, un’appropriazione individuale della fede. Essa veniva appresa nella forma dell’obbedienza a ciò che veniva proposto dall’autorità: la partecipazione ai riti in una lingua non conosciuta, l’adesione a formule catechistiche memorizzate ma non approfondite. Questo atteggiamento di obbedienza, che in tempi di lenta evoluzione della situazione culturale poteva essere sufficiente, ha prodotto ai nostri giorni dei cristiani che alla messa si recano, ma non sono in grado di sostenere un confronto costruttivo con un figlio adolescente che chiede delle ragioni, che non siano solo la sottomissione passiva, per giustificare il dovere di prendere parte a delle celebrazioni, quando una maggioranza piuttosto marcata di coetanei non vi partecipa affatto e quando il parteciparvi crea problemi proprio all’importantissimo rapporto con i coetanei. La pastorale ordinaria ancora non si è modellata per sostenere dei cristiani diventati minoranza nella società e per forza di inerzia continua con forme che si sono costituite quando era ovvia e normale l’adesione a una fede che era comune.

3. Iniziazione alla fede

Nella sua prima enciclica, Deus caritas est, Benedetto XVI ha affermato con tutta chiarezza che non si diventa cristiani perché si aderisce a una dottrina, e neppure perché si accetta un codice etico. Parafrasando ciò che il papa scrive, ritengo che si possa dire quanto segue. Ciò che fa di una persona un cristiano è l’evento di un incontro personale con Dio e con il Signore Gesù, l’istaurarsi di una relazione permanente, che permette allo Spirito Santo di plasmarne la vita. È questa relazione, che permette al Padre e al Signore Gesù di influire profondamente sulla persona che vi si apre, che genera alla vita della fede, quella fede che giustifica, secondo il linguaggio di san Paolo. Una dottrina si può insegnare, un codice etico si può trasmettere e persino imporre, ma l’incontro e la relazione trasformante può essere solo frutto di un processo di iniziazione. Per questo sempre san Paolo distingue i maestri nella fede da coloro che generano alla fede: «Potreste infatti avere anche diecimila pedagoghi in Cristo, ma non certo molti padri: sono io che vi ho generato in Cristo Gesù mediante il Vangelo» (1Cor 4,15); e nel discorso con Nicodemo, che esordisce con: «Sappiamo…», Gesù replica al suo visitatore affermando la necessità di una nuova nascita: «In verità, in verità io ti dico, se uno non nasce dall’alto, non può vedere il regno di Dio» (cf. Gv 3,1-3). Perché l’iniziazione non consiste nell’aumentare il bagaglio del sapere, quantunque sia illuminante, né nel concordare norme di comportamento di carattere generale, quantunque comporti una disciplina nel comportamento, ma nel provocare un passaggio a un altro livello di vita, qualitativamente diverso e più alto.
Ora, per la sua natura particolare, durante l’età evolutiva l’iniziazione alla fede può avvenire fondamentalmente solo nella trama delle relazioni famigliari, naturalmente non senza il complemento della partecipazione alla vita di una comunità cristiana, e in particolare alle sue celebrazioni liturgiche. L’iniziazione, infatti, avviene mediante una situazione provocata dall’iniziatore (nel nostro caso dai due iniziatori, i genitori), verso cui l’iniziando ha una apertura di totale fiducia. In questo modo la relazione con Dio e con Gesù, che l’iniziatore vive, viene mediata verso l’intimo dell’iniziando, al quale, in questo modo, viene donata la prossimità divina e l’appello ad aprirsi ad essa, e insieme un modello iniziale su come si gestisce l’incontro e la relazione che in questo modo si genera.
Ritenere che ciò possa avvenire fondamentalmente negli incontri del catechismo parrocchiale significa caricarli di una responsabilità che non sono in grado di portare: una o due ore di catechismo parrocchiale non possono avere la forza iniziatica che ha il continuum del vissuto famigliare. Da questa prospettiva, sono portato a riflettere con viva attenzione alla tradizione ebraica, nella quale la liturgia famigliare è così sviluppata che persino la grande celebrazione della Pasqua avviene in famiglia: la madre che accende i lumi, il padre che narra gli eventi, entrambi che interpretano un rito che li supera ma che si incarna nei loro gesti e nelle loro parole, costituiscono un potente contesto iniziatico. Come spiegano gli esegeti, il comandamento: «Onora il padre e la madre», ha a che fare con la custodia di questa forza che genera esistenzialmente alla fede dall’interno del vissuto delle relazioni familiari. La tradizione cattolica contemporanea, che ha tralasciato la semplice ritualità famigliare che nel passato c’era e ha attribuito alla catechesi parrocchiale una centralità così fortemente accentuata da apparire come l’unica necessaria, appare debole da questo punto cruciale di vista.

4. Nella lacerazione dei processi della tradizione

Ma nella comunicazione della fede tra genitori e figli si deve tener conto dell’attuale situazione per quanto riguarda i rapporti tra le generazioni. La straordinaria rapidità dei cambiamenti che caratterizza questi nostri tempi di fatto prolunga in maniera prima d’ora inedita la distanza che la differenza d’età pone tra genitori e figli. Un minuto di differenza tra due persone che camminano a piedi pone tra di loro un breve tratto di strada, ma il medesimo minuto in una corsa di Formula 1 pone tra le auto dei concorrenti uno spazio davvero molto grande. Così è delle relazioni famigliari: quando i cambiamenti sono lenti, le distanze sono piccole e non pongono grandi problemi di comunicazione; quando i cambiamenti sono rapidi e tumultuosi, le distanze diventano molto grandi e la comunicazione diventa difficile. Per inciso: ciò dovrebbe portare a valutare adeguatamente ciò che accade nel contesto della pastorale giovanile parrocchiale, con il generalizzato innalzamento dell’età media dei preti.
Ai nostri giorni anche le famiglie che non si sono spostate sul territorio si trovano in situazioni simili a quelle di chi è emigrato dal proprio paese a un altro e là ha generato dei figli: soprattutto a partire della scolarizzazione si trova in casa dei figli che sono degli stranieri. Per poco che si conosca dall’interno il mondo degli adolescenti, è facile accorgersi che quando essi si mettono in relazione con gli adulti traducono quello che comunicano, adottando codici che non sono quelli che usano con i coetanei. E non si tratta solo di vocabolario, o anche dei significanti paraverbali e non verbali, ma di un universo culturale che ha intere aree che non coincidono più con l’universo culturale in cui vivono i genitori. Le differenze del mondo simbolico, delle scale di valori, del significato attribuito a cose e avvenimenti e altro ancora spesso rende straniere persone di età diversa. La cosa, poi, è accentuata dal fatto che i matrimoni avvengono oramai a un’età relativamente avanzata e che, dunque, la differenza d’età tra genitori e figli non è più attorno ai vent’anni, ma attorno ai trenta e persino oltre.
Tutto ciò rende difficoltosa la comunicazione e perciò crea, inevitabilmente, una propensione a comunicare sempre meno; man mano che i figli crescono, si immergono più profondamente nelle relazioni coi i coetanei e acquisiscono autonomia di pensiero e decisione. Non è facile per i genitori dedicare l’attenzione e il tempo necessario per entrare nel mondo dei figli e imparane contenuti e linguaggi. Più facile per i figli constatare la diversità e adattarvisi in modo funzionalistico: non entrando nel mondo dei genitori, ma limitando la comunicazione con esso alle necessità funzionali e realizzandola con quel processo di traduzione di cui s’è detto. Ma una comunicazione che si limiti agli aspetti pratici della convivenza non porta la comunicazione a livello dei sentimenti, del cuore come direbbero le Scritture. Ma è proprio a livello di cuore che si realizza o fallisce quel processo di iniziazione di cui abbiamo parlato, indispensabile per la comunicazione e la trasmissione della fede.
La lacerazione dei processi di tradizione culturale in generale diventa anche lacerazione del processo di traditio della fede, e solo l’accettazione e la pratica di uno sforzo adeguato, non facile e perciò non tanto diffuso, può farvi fronte. Ritengo che qui va individuato uno dei punti critici, se non proprio il punto critico del destino della fede nelle nostre terre. La trasmissione della fede ai più giovani finisce per mettere in campo problemi di inculturazione dell’annuncio e dell’esperienza cristiana tali che fino ad ora erano vissuti solo in situazioni di missione ad gentes.

5. L’integrazione famiglia-parrocchia

Dalle osservazioni e riflessioni fin qui condotte dovrebbe risultare chiaro, da una parte, il ruolo fondamentale della famiglia nella trasmissione della fede, e dall’altra l’insufficienza della sola famiglia in questo compito. Ciò è legato alla natura essenzialmente comunitaria della fede cristiana, naturalmente, ma anche a ragioni che hanno a che fare con la situazione attuale, che rendono ancora più evidente la necessità della dimensione comunitaria. Man mano che i cristiani, quelli non meramente anagrafici ma che invece cercano di realizzare coerentemente la fede nella loro esistenza, diventano una minoranza, per il singolo cristiano le difficoltà per restare fedele al suo credo diventano più pressanti. Una minoranza rappresenta, in qualche modo, una devianza sociale, e chi la incarna inevitabilmente ne subirà le conseguenze. Disconoscimento ed estraniazione sociale, emarginazione, pressioni perché l’extra-vagante torni nella «normalità». La cosa può essere percepita meno dagli adulti, ma viene percepita in maniera più forte da ragazzi e giovani. A queste difficoltà esterne si aggiungono quelle interiori: chi segue una strada diversa da quella della maggioranza viene colto dal dubbio, da forme di ansia e solo una forza d’animo piuttosto robusta riesce a farvi fronte. L’alternativa è la lenta secessione dall’appartenenza ecclesiale e dalla pratica religiosa, senza un atto esplicitato di abiura della propria fede. Di fatto questa strada è percorsa da molti.
In questa congiuntura i singoli hanno estremo bisogno di una comunità di appartenenza nella quale condividere e sperimentare la propria fede. La verità ha anche una dimensione comunitaria, e una verità condivisa da una comunità emana una luce e una forza più grandi. Avere una patria spirituale dove l’appartenenza alla fede appare come normale diventa, dunque, indispensabile. E dunque è indispensabile un’integrazione famiglia-parrocchia per quanto riguarda la cura e la trasmissione della fede. E una parrocchia articolata in maniera tale da far sperimentare una vera, significativa, comunione tra i suoi membri, il che nella maggior parte dei casi richiede un’articolazione di sottogruppi nei quali gli appartenenti abbiano davvero delle relazioni autenticamente personali che rendano possibili scambi e comunicazioni adeguatamente profonde.
La stessa cosa, e forse con un’urgenza ancora maggiore, vale per adolescenti e giovani, poiché nella loro stagione di vita la relazione con i coetanei, come s’è già accennato, è un valore imprescindibile. L’appartenenza a un gruppo di coetanei che insieme vivano la loro ricerca di una fede autentica, sensata e sperimentata come benefica per la propria esistenza, sembra uno strumento senza del quale la sola azione di trasmissione della fede in famiglia rischia di fallire. La trasmissione della fede ai più giovani, dunque, non può prescindere né dal processo iniziatico famigliare né dell’immersione nelle relazioni di un gruppo di coetanei, appartenente a una comunità parrocchiale. Quanto tutto ciò richieda di impegno è evidente, così come sono evidenti le difficoltà nel realizzarlo. Ma la comunicazione di una realtà così grande e preziosa com’è la fede non può non essere, ai nostri giorni, che costosa.
Con un’avvertenza. I gruppi parrocchiali, a dimensione di relazioni personali, devono consapevolmente contestualizzarsi entro il tessuto della grande comunità parrocchiale. L’esperienza insegna che, altrimenti, i pericoli insiti nella configurazione del gruppo a setta e la precarietà della durata nel tempo sono problemi difficilmente evitabili. Il dialogo con le altre istanze parrocchiali non omogenee al gruppo, la collaborazione alle attività che una parrocchia esige e che riguardano l’intero ventaglio esistenziale, il riconoscimento dell’orizzonte parrocchiale come proprio e del territorio ad essa assegnato come luogo primario della testimonianza e anche del compito missionario, sono tutte dimensioni verso le quali i gruppi debbono restare generosamente aperti.


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