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I problemi dell’economia e la dignità della persona: tra ferite e rimedi
Matteo Prodi

1. Premessa

Non poche notizie, comparse su tutti i giornali, hanno lasciato tantissime domande su scelte e comportamenti nell’ambito dell’economia; anzi, con più precisione, nell’ambito della vita delle aziende. Rapidamente potremmo ricordare il referendum sul nuovo contratto proposto da Fiat ai lavoratori dello stabilimento di Pomigliano D’Arco (NA), la scalata della francese Lactalis contro Parmalat e, infine, la decisione comunicata da Fincantieri di chiudere due poli produttivi in Italia.
Ognuno di questi “casi” presenta un grado di complicazione notevole; sarebbe assolutamente riduttivo valutarli studiando solo la fotografia finale, l’esito delle varie vicende. Ad esempio, non c’è dubbio che, di fronte alla prospettiva di perdere il lavoro, i dipendenti Fiat hanno giustamente accettato il nuovo contratto, ben sapendo che avrebbe limitato alcune libertà e non avrebbe tutelato alcuni diritti. A livello superficiale, potremmo dire che nessun problema etico è stato sollevato. Ma occorre scavare ancora e molto per cogliere tutte le componenti che hanno portato a questa situazione. E la domanda che potrebbe guidare questa indagine riguarda la felicità delle persone: come è cambiata la felicità delle persone che sono state toccate dalle decisioni in esame[1]?
Questa domanda consente di mettere al centro la persona, la sua esistenza proiettata alla pienezza; di fatto la nostra riflessione ci condurrà a mettere in risalto le coordinate antropologiche che possono portare un cambiamento significativo nell’etica economica e in particolare nell’etica aziendale. Operiamo, quindi, all’inizio della nostra riflessione, una scelta di campo molto netta: i problemi che l’economia ha posto al mondo hanno, per lo più, la loro radice in una concezione dell’uomo limitata e limitante. La dottrina che ha dominato la riflessione scientifica sulla vita delle aziende ha attinto a piene mani dal neoliberismo, che si pone come obiettivo la massimizzazione dell’utilità dell’individuo. Gli esiti di tale impostazione sono molteplici; dobbiamo, quindi, dare uno sguardo complessivo all’uomo di oggi per capire quali sono le sue ferite più strutturali e quali sono i rimedi che possiamo individuare.

2. Le ferite strutturali dell’uomo contemporaneo

Proponiamo tre quadri: vita liquida, paura e individualismo come luoghi di corruzione di tre elementi strutturanti la persona che sono il suo fondamento, il rapporto con il futuro e la capacità di portare frutti. Nell’etica cristiana queste tre ferite si curano con fede, speranza e carità, intese non solo come virtù teologali ma soprattutto come elementi decisivi dell’umanità di Gesù che lui stesso, tramite il suo Spirito, consegna al credente[2].
  • Primo quadro. «La vita liquida, come la società liquido-moderna, non è in grado di conservare la propria forma o di tenersi in rotta a lungo (…) è una successione di nuovi inizi: (…) ovunque l’accento cade su atti come dimenticare, cancellare, mollare, sostituire»[3].
  • Secondo quadro. «Le paure che scaturiscono dalla sindrome del Titanic riguardano la possibilità di un crollo o di una catastrofe che ci colpisca tutti, ciecamente e indiscriminatamente, a caso e senza alcuna logica, trovandoci tutti impreparati e indifesi. Esistono però anche altre paure, forse ancor più terrorizzanti. Si teme di essere selezionati individualmente, o in piccolo numero, nella gaia folla e di essere condannati a soffrire da soli mentre tutti gli altri continuano a fare baldoria. Si teme una catastrofe personale (…) Si teme di essere esclusi»[4].
  • Terzo quadro. «Mentre lo “Stato sociale” tendeva a unire i suoi membri nel tentativo di proteggere tutti e ciascuno dagli effetti moralmente devastanti della “guerra di tutti contro tutti” e dell’“arrivismo”, la “privatizzazione” trasferisce sulle spalle di ogni individuo (di solito troppo debole per riuscirci, a causa soprattutto di capacità inadeguate e risorse insufficienti) il compito di affrontare e (magari) risolvere i problemi prodotti dalla società»[5].

Di fronte a una descrizione sociologica di questo tipo, possiamo ricordare le parole di G. Dossetti nel proporre cosa dovrebbero fare i credenti e le comunità di fede davanti agli eventi tragici, davanti alla catastrofe incombente della nostra umanità. Una delle indicazioni date era il ritrovare la sapienza della prassi, cioè l’acquisizione di abiti virtuosi[6].
Nelle scienze economiche si tratta di superare il pensiero unico, un pensiero sintetizzabile con il concetto di homo oeconomicus[7], un pensiero nato all’interno della scuola neoliberista, attraverso la proposta di un’antropologia nuova, relazionale, che sappia proporre la bellezza della corresponsabilità condivisa riguardo la vita degli altri. Tale pensiero dominante ha contribuito a generare il clima antropologico che abbiamo descritto nei tre quadri e che porta, come risultato più eclatante, alla cancellazione dell’attenzione all’altro: «La vittima collaterale di questo passaggio all’interpretazione consumista della libertà è l’Altro come oggetto di responsabilità etica e di attenzione morale»[8]. Occorre riproporre, come avviene anche in pensatori appartenenti alla cultura laica, il concetto di responsabilità nella sua bellezza e leggerezza: è la pienezza della realizzazione di una persona il poter rispondere con tutta la propria vita alle istanze di bene che la nostra storia ci presenta[9]:

Il bene eudemologico è la felicità e la perfezione di ciascun individuo: quella che abbiamo chiamato la sua fioritura. Il bene etico è il dovere che ciascuno ha nei confronti di ogni altro[10].

Occorrerebbe, quindi, definire quale modello di sviluppo, quale modello di capitalismo sta dominando la nostra società; rimandiamo alle opere già presenti in letteratura[11]. Ma va detto con forza e chiarezza che l’economia di oggi sembra protesa a massimizzare il valore estraibile sia dagli esseri umani sia dagli ecosistemi, per favorire l’accumulo di ricchezza di quei pochi che detengono il controllo anche politico delle regole dello sviluppo. Già R. Luxemburg sosteneva che il capitalismo sopravvive solo se trova costantemente terre vergini da sfruttare. E pure K. Marx aveva avuto molta lucidità nelle sue analisi, dicendo che la produzione capitalistica

è invece, molto più di ogni altro modo di produzione, una dilapidatrice di uomini, di lavoro vivente, una dilapidatrice non solo di carne e di sangue ma pure di nervi e di cervelli. In realtà, è per mezzo del più mostruoso sacrificio dello sviluppo degli individui che soprattutto si assicura e realizza lo sviluppo dell’umanità in quest’epoca storica[12].

3. La responsabilità sociale dell’impresa

Non c’è altra soluzione che un orizzonte sempre più democratico, un orizzonte, cioè, in cui ogni scelta e ogni indirizzo tengano conto del bene comune, della felicità complessiva di ogni persona.
Per capire il salto culturale necessario possiamo ricordare la revisione, non tanto nelle contabilità nazionali, quanto nella riflessione degli studiosi e di alcuni politici, della centralità del «prodotto interno lordo»; è una grandezza che misura l’ammontare complessivo della ricchezza prodotta dalla nazione, ma nulla dice sulla sua distribuzione e su tanti altri parametri che consentono di vivere una vita veramente degna, come la salute, l’istruzione, il mondo delle relazioni, le opportunità offerte alle persone…
Questo ci aiuta anche a capire come non sia sufficiente che la singola impresa, nel nostro caso, si ponga alcuni obiettivi etici; occorre che i decisori aziendali sentano come centrale il bene comune nelle loro scelte.
Molto è stato fatto; pensiamo alla riflessione che viene indicata come «responsabilità sociale dell’impresa»[13]. È, in qualche modo, la riflessione madre, che ha generato ulteriori approfondimenti e che ha radici molto lontane nel tempo, ma che ha un passaggio decisivo nel

pioneristico contributo di Bowen del 1953 intitolato Social Responsibility of the Businessman, secondo cui la CSR concerne il dovere degli uomini d’affari di perseguire quelle politiche, di prendere quelle decisioni o di seguire quelle linee di azione che sono desiderabili in termini di obiettivi e valori per la nostra società[14].

Un primo allargamento del concetto di RSI viene dalla parola «integrazione»:

Le ONG, i governi e le imprese devono smettere di pensare in termini di «responsabilità sociale d’impresa» e iniziare a pensare in termini di integrazione sociale dell’impresa[15].

Il termine «integrazione» potrebbe, infatti, portare le imprese e tutti gli attori coinvolti a sentirsi parte di un unico gioco che, pur rimanendo competitivo, può aiutare tutti a raggiungere obiettivi sempre più alti, ad essere, cioè, un gioco anche cooperativo.
Un ulteriore allargamento deriva dall’integrazione nella riflessione della RSI delle dinamiche relazionali:

La verità è che le relazioni interpersonali attivano meccanismi di trasmissione dell’informazione che la teoria della scelta razionale si preclude di prendere in considerazione (…) Non c’è dunque solo il vincolo di bilancio a limitare le scelte dell’individuo, ma anche il vincolo identitario, che però viene sistematicamente ignorato[16].

L’apertura all’altro è la dimensione centrale per una nuova etica e la dinamica relazionale può fare emergere tutto questo come un fattore di successo dell’impresa, soprattutto per favorire il processo di riconoscimento di se stessi e della propria preziosità, il processo di integrazione delle capacità, il processo di inclusione delle persone:

Ebbene, ciò che il paradigma relazionale esige è l’azione che riesce a far stare insieme dono e gratuità, che riesce cioè a coniugare l’aiuto all’altro con il riconoscimento delle sue capacità personali[17].

La prospettiva è quella della fraternità, una parola, purtroppo non così facilmente spendibile nelle controversie tra manager e operai, tra lavoratori disoccupati di vari paesi del mondo. È comunque una prospettiva di cui tenere conto[18].

4. La Stakeholder Theory: i portatori d’interesse e le strategie dell’impresa

Un ulteriore gradino nello sviluppo della riflessione sull’etica degli affari è data dalla Stakeholder Theory, il cui principale esponente è R.E. Freeman. I pilastri di questa teoria possono essere così elencati:

  • È primario chiedersi quale sia lo scopo dell’impresa; ovvero, quali persone possono vedere accresciuta la loro felicità dalle scelte aziendali.
  • In secondo luogo, occorre chiedersi quale sia la responsabilità dei manager verso i portatori di interesse (gli stakeholder).
  • Infine, occorre considerare come il profitto non è l’unico obiettivo dell’azienda, ma piuttosto è il risultato del processo di creazione del valore.

È importantissimo notare come questa impostazione, che sta più sul versante pratico-manageriale piuttosto che teorico-filosofico, nasca da una rilettura profonda del capitalismo, che viene vissuto maggiormente come un sistema cooperativo e di collaborazione sociale piuttosto che come un sistema competitivo o di spietata concorrenza. Si capisce che tutto questo deriva dal fatto che l’impresa ha come obiettivo non la massimizzazione del valore delle azioni, ma la creazione di valore per tutti i portatori di interesse, ha a cuore il bene comune del microcosmo con cui viene a contatto, mettendo al centro tutte le relazioni che possono venire alla luce. Questa teoria consente di pensare che tutti possano vincere (la torta può venire allargata prima di dividerla) e soprattutto lo possano fare nel lungo periodo.
Strutturare l’impresa in modo che contribuisca al bene comune può aiutare a far crescere le motivazioni umane, a far sì che tutti gli attori coinvolti sposino sempre di più l’identità profonda dell’azienda, aderendo ai suoi valori e ai principi dell’organizzazione e, soprattutto, a far sì che si sia sempre più esigenti nel percorrere la via dell’eticità.

5. Il personalismo aziendale


L’itinerario che abbiamo sinteticamente tratteggiato può avere una tappa ulteriore nella nostra proposta che abbiamo definito «personalismo aziendale», che vuol leggere la storia e le relazioni che l’impresa vive e sa costruire come fondanti. Abbiamo, così, letto l’opera di E. Mounier come se parlasse dell’impresa, che via via cresce e si autocomprende con i sette passaggi proposti dal filosofo francese[19]. Il gradino che andiamo a definire deve tenere conto del fatto che certamente l’unico soggetto ultimo responsabile dell’agire morale è la persona; ma non vi è dubbio che le organizzazioni possono essere più o meno capaci di aiutare gli individui a perseguire i loro obiettivi; e, in ogni caso, possono essere chiamate a rispondere del compito di poter costruire la felicità degli individui in quanto le scelte, che potremmo definire «comunitarie», sono, a volte, non controllabili dai singoli. In sintesi, potremmo dire che si possono

fissare alcuni punti fermi: 1. l’unico soggetto morale che esiste come realtà autonoma (pur con tutti i suoi condizionamenti) è la singola persona umana; 2. la soggettività morale dell’azienda va accettata sul piano operativo, perlomeno per permettere di studiare i comportamenti etici dell’azienda e indurla anche sul pieno rispetto dei valori etici dell’uomo[20].

Quello che dobbiamo chiedere all’impresa, dopo le piccole note di questo articolo, è di potere aiutare tutti gli attori coinvolti a superare i buchi antropologici che abbiamo evidenziato nella prima parte: la mancanza di fondamento, l’incertezza sul futuro e l’incapacità, a volte strutturale, di produrre frutti.
Per fare questo le imprese devono guardare a tutto ciò che costruisce la loro essenza, a partire dalla cultura aziendale, passando per i valori che l’organizzazione veicola e trasmette, fino a tutto ciò che costituisce il presente tangibile e misurabile: i prodotti e i processi produttivi, i rapporti con i fornitori e la rete di distribuzione. Le imprese devono poter costruire un sano futuro[21], su cui tutti gli attori coinvolti possano costruire la loro vita: il pensiero neoliberista, puntando sul concetto di massimizzazione del valore degli azionisti, ha finito per enfatizzare unicamente il breve periodo, dimenticando il fatto che la vita degli stakeholder si basa anche sulla vita dell’impresa per un tempo almeno comparabile con la loro stessa vita. Le imprese devono mostrare che la loro capacità di portare frutti non è solo per pochi, per i pochi o pochissimi privilegiati, ma è per tutti; è una capacità che collabora col bene comune. Il profitto, per esempio, non può essere l’unico parametro che sancisce la bontà o meno della vita dell’impresa, ma deve essere associato almeno con la valutazione della qualità del lavoro, con l’eticità dei prodotti e con la bellezza di poter creare sviluppo anche in aree che necessitano di una vera crescita economica. Quest’ultimo aspetto non può non interpellarci profondamente: portare un sano sviluppo in terre povere e prive di democrazia, quanto avrebbe consentito un incremento reale di felicità in quelle popolazioni, evitando così che si dovesse ricorrere a rivoluzioni violente se non addirittura a guerre?[22] E quanto questo sviluppo avrebbe potuto aiutare, in virtù di una maggiore ricchezza locale, anche lo sviluppo in terre di antica industrializzazione?

6. Conclusione

Non possiamo che tornare ai quadri che avevamo presentato all’inizio di queste riflessioni: le imprese dovrebbero tenere particolarmente a mente le parole così care alla tradizione cristiana come fede speranza e carità, proprio per poterle declinare con le scelte che sono loro proprie. Così facendo, coinvolgendo tutte le persone che sono toccate dai decisori aziendali, possono davvero contribuire allo sviluppo della persona a una vera ricerca e costruzione della felicità.
Mi è caro avviarmi alla conclusione con un pensiero delle ultime pagine dell’ultimo libro di un grande pensatore, per capire che il cambiamento deve essere un cambiamento di civiltà, per consentire all’umanità di proseguire la sua crescita, una crescita non necessariamente economica, ma una crescita umana nel senso più ampio del termine:

Più poveri, insomma. Non ci siamo abituati, ma non sembra esserci alternativa plausibile (…) La scelta è fra essere poveri nella consapevolezza della propria condizione storica e antropologica, da un lato, e dall’altro essere poveri nell’assoluta inconsapevolezza di ciò che è avvenuto, nella sorpresa dell’indicibile, e quindi soggetti a tutte le frustrazioni possibili. Occorre accingerci a costruire una cultura, forse non della povertà, bensì della minor ricchezza. Di un benessere più limitato, e sapendo che questo minor benessere si ripercuoterà su ogni aspetto della nostra vita (…) Proviamoci, con un po’ di storia alle spalle, con un po’ di intelligenza e d’umanità davanti[23].

Occorre rivedere ogni cosa, ripensare i modelli organizzativi, nello sguardo contemplativo di chi è l’uomo.

Il prossimo passo in avanti deve venire non da sommosse politiche o da esperimenti prematuri, ma dal pensiero: con uno sforzo della mente dobbiamo chiarire i nostri sentimenti (…) Abbiamo bisogno di un nuovo sistema di valori che scaturisca in modo naturale da un esame sereno del nostro intimo sentire in relazione alla realtà esterna[24].

Queste parole hanno l’età dei nostri nonni; forse abbiamo perso un po’ di tempo. Ma c’è ancora speranza, se riusciamo davvero a far riemergere il nostro amore per l’uomo, per la persona, per costruire un mondo più felice per tutti. Credo che sia questo anche il desiderio profondo dell’attuale pontefice:

Gli aspetti della crisi e delle sue soluzioni, nonché di un futuro nuovo possibile sviluppo, sono sempre più interconnessi, si implicano a vicenda, richiedono nuovi sforzi di comprensione unitaria e una nuova sintesi umanistica[25].



[1] Per questo tema cf. M. Prodi, Felicità e strategie d’impresa. Persona, relazionalità ed etica d’impresa, EDB, Bologna 2010.

[2] «Se fede, speranza, carità sono le disposizioni fondamentali dell’umanità di Cristo, sono anche i doni che Cristo glorificato comunica all’uomo come “forma” della vita teologale. In questo movimento dall’alto, riceve una evidenziazione particolare la mediazione ecclesiale» D. Vitali, Esistenza cristiana. Fede, speranza, carità, Queriniana, Brescia 2001, p. 355.

[3] Z. Bauman, Vita liquida, Laterza, Roma - Bari 2006, pp. VII-IX.

[4] Z. Bauman, Paura liquida, Laterza, Roma - Bari 2008, pp. 24-25.

[5] Z. Bauman, Vite che non possiamo permetterci. Conversazione con Citlali Rovirosa-Madrazo, Laterza, Roma - Bari 2011, pp. 34-35.

[6] Cf. G. Dossetti, Introduzione, in L. Gherardi, Le querce di Monte Sole, Il Mulino, Bologna 1986, p. XLI.

[7] In letteratura l’homo oeconomicus ha due essenziali caratteristiche: è un individuo centrato sulla propria autorealizzazione, sul proprio interesse, ed è un individuo che opera sul mercato luogo di puro e impersonale incontro tra domanda e offerta, senza possibilità di tener conto dell’incontro con l’altro (cf. F. Filiberti, L’homo oeconomicus, in Id. (ed.), Povertà e mercato globale, Pardes Edizioni, Bologna 2004, pp. 77-79. Per una descrizione dell’homo oeconomicus cf. anche I. Sanna, L’identità aperta, Queriniana, Brescia 2006, p. 101ss. A questo proposito cf. anche M. Visentin, Libero arbitrio e funzione di utilità: l’uomo è un animale razionale o un decisore razionale?, in «Divus Thomas» 113 (2/2010) 37-73.

[8] Z. Bauman, L’etica in un mondo di consumatori, Laterza, Roma - Bari 2010, p. 53.

[9] Cf. a proposito della positività della parola «responsabilità» l’epilogo di G. Piana, La verità nell’azione. Introduzione all’etica, Morcelliana, Brescia 2011.

[10] R. De Monticelli, La questione morale, Raffaello Cortina Editore, Milano 2010.

[11] Un volume su tutti merita di essere citato: L. Gallino, Finanzcapitalismo. La civiltà del denaro in crisi, Einaudi, Torino 2011.

[12] K. Marx, Il Capitale. Critica dell’economia politica, Libro III: Il processo complessivo della produzione capitalistica (1984, postumo), tomo I, Rinascita, Roma 1954, p. 125, citato in Gallino, Finanzcapitalismo, cit., p. 322.

[13] In it. abbr. RSI, in ingl. abbr. CSR (Corporate Social Responsibility).

[14] G. Degli Antoni, L. Sacconi, Responsabilità sociale d’impresa, in L. Bruni - S. Zamagni (edd.), Dizionario di economia civile, Città Nuova, Roma 2009, p. 661.

[15] M.E. Porter - M.R. Kramer, Strategia e società. Il punto d’incontro tra il vantaggio competitivo e la Corporate Social Responsibility, in «Harvard Business Review Italia» 1-2 (2007) 18.

[16] S. Zamagni, L’economia come se la persona contasse. Verso una teoria economica relazionale, in P.L. Sacco, S. Zamagni (edd.) Teoria economica e relazioni interpersonali, Il Mulino, Bologna 2006, p. 29.

[17] Zamagni, L’economia come se la persona contasse, cit., p. 37. Non c’è chi non colga che questo filone di indagine e questa terminologia è quella che è arrivata nell’enciclica sociale di Benedetto XVI Caritas in veritate (29.6.2009).

[18] «Il senso della gratuità oggi è quello di aprire alla fraternità, di andare oltre la prossimità che si fonda sul rigetto immunologico dell’estraneo e del diverso. Mai si dimentichi, infatti, che ciò che erode il legame sociale non è il mercato di per sé, ma un mercato ridotto a solo scambio di equivalenti; non dunque il mercato civile ma quello “incivile” perché non edificato – come ben sapevano gli umanisti del XV secolo – sul principio di reciprocità» (Zamagni, L’economia come se la persona contasse, cit., p. 45). È una prospettiva di cui tener conto anche in riferimento alla Scrittura. Un solo accenno a una grandissima parabola di Gesù, che tocca le grandi ingiustizie dell’umanità: la parabola del ricco epulone e del povero Lazzaro (Lc 16,19-31). In quel testo il ricco chiama varie volte Abramo con il termine «padre», segno che, dopo la sua morte, riconosce il legame decisivo tra sé e gli altri uomini, cosa che non voluto fare in vita (cf. Prodi, Felicità e strategie d’impresa, cit., pp. 157ss).

[19] Cf. E. Mounier, Il personalismo, AVE, Roma, 19806, il cui cap. I titola: Le strutture dell’universo personale scandito in sette paragrafi: 1. L’esistenza incorporata; 2. La comunicazione; 3. La conversione intima; 4. L’affrontare; 5. Libertà sotto condizione; 6. La dignità suprema; 7. L’impegno. È interessante notare come i sette passaggi siano alternativamente uno interno e uno esterno, fino ad arrivare alla scelta finale, all’impegno. Per un’esposizione più approfondita di tale modello cf. Prodi, Felicità e strategie d’impresa, cit., pp. 286ss.

[20] G.F. Rusconi, Introduzione al corso di Etica d’impresa e bilancio sociale, Università di Bergamo, Anno Accademico 2007-2008.

[21] In letteratura la parola più usata è «futuro sostenibile»; personalmente non amo la parola «sostenibile» né il suo derivato «sostenibilità», perché sembrano dei compiti, dei doveri che l’impresa si accolla. Preferirei parlare di «bellezza» di «responsabilità», per mostrare che le aziende hanno la capacità di offrire come dono prospettive che possano incorporare la felicità delle persone.

[22] Il pensiero va certamente a tutte le nazioni del Nordafrica, ben sapendo le infinite differenze che esistono all’interno di quella regione geografica.

[23] E. Berselli, L’economia giusta, Einaudi, Torino 2010, pp. 98-99.

[24] J.M. Keynes, La fine del «laissez-faire» [or. 1926], in Id, Sono un liberale? E altri scritti, Adelphi, Milano 2010, p. 226.

[25] Benedetto XVI, Lettera enciclica Caritas in veritate sullo sviluppo umano integrale nella carità e nella verità, LEV, Città del Vaticano 2009, n. 21.


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