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«Un corpo mi hai preparato» (Eb 10,5). Affetto e obbedienza filiali in Gesù di Nazaret
Gilberto Depeder

Nel tentativo di evidenziare l’intreccio fecondo tra esperienza di fede e vissuto emotivo, il presente articolo cercherà di sondare i tratti fondamentali dell’esperienza religiosa di Gesù di Nazaret; un ambito che la recente indagine teologica, alla luce soprattutto di un approccio fenomenologico in cristologia, ha efficacemente contribuito a mettere a fuoco[1].

1. Esperienza di fede e vissuto emotivo: dal punto di vista di Gesù di Nazaret

Per conseguire l’obiettivo prefissato, è bene precisare fin da subito che non si tratta soltanto di impegnare l’intelligenza nel tentativo di maturare una comprensione teologico-dottrinale di Gesù Cristo in quanto Figlio di Dio fatto uomo e, segnatamente, della sua vera e perfetta umanità; in modo più pregnante, si tratta di affacciarsi con rinnovato stupore – non senza il rigore dovuto nello studio della testimonianza neotestamentaria – sullo scenario intenso e variegato del vissuto di Gesù di Nazaret, per gustare il sapore intenso delle relazioni che egli intesse con gli uomini e con il Padre suo, all’insegna di un amore fraterno e di un’obbedienza e un affetto filiali.
Prendiamo spunto da un passaggio della Lettera agli Ebrei, che in una visione teologica sintetica afferma per bocca di Cristo stesso, in dialogo con il Padre, la realtà concreta e dinamica della sua vicenda umana, sottolineando la centralità della dimensione del corpo:

Entrando nel mondo, Cristo dice: «Tu non hai voluto né sacrificio né offerta, un corpo invece mi hai preparato. Non hai gradito né olocausti né sacrifici per il peccato. Allora ho detto: “Ecco, io vengo – poiché di me sta scritto nel rotolo del libro – per fare, o Dio, la tua volontà”» (Eb 10,5-7).

Secondo la concezione biblica, il corpo (σῶμά) non è da intendersi in senso dualistico come una parte dell’uomo – quella materiale/immanente, contrapposta all’elemento spirituale – ma rivela piuttosto il suo essere unitario e integrale, in quanto inserito nel mondo e costitutivamente aperto all’altro, alla relazione, alla trascendenza[2]. Il corpo dice il nostro venire-da qualcun altro e il nostro essere-per altri. In questo senso, dobbiamo riconoscere che nell’incarnazione Dio non si contraddice assumendo un corpo umano, ma propriamente si dice nel Figlio unigenito: «Dio si dice propriamente nella carne»[3]: facendosi carne, assumendo un vero corpo.
«Che cos’è mai l’uomo perché di lui ti ricordi, il figlio dell’uomo, perché te ne curi?» (Sal 8,5; cf. Sal 144,3). Questa l’esclamazione stupita del salmista, che una tradizione rabbinica vedrebbe rivolta a Dio da parte degli angeli, quasi gelosi mentre constatano la sua mirabile condiscendenza nei confronti degli uomini: «Egli infatti non si prende cura degli angeli, ma della stirpe di Abramo si prende cura» (Eb 2,16). Non è qui in gioco il fatto che Dio si interessi o meno degli angeli; sta di fatto che «Dio viene al mondo nella carne: nella carne dell’uomo, nella parola breve del corpo»[4]. Ecco allora che il corpo di carne dell’uomo – la sua vita nella fragilità e caducità dei suoi giorni – non esprime soltanto una costitutiva apertura all’incontro con Dio, una chiamata alla comunione con Lui, ma è precisamente ciò che sorge quando Dio, con piena libertà e amore gratuito, si estrinseca nel vuoto del «non-divino», lasciando traboccare la sovrabbondanza del suo amore fuori di sé: in primis in Gesù, che è il prototipo e il primogenito; quindi in noi[5].
Per questo, soltanto guardando a Gesù possiamo comprendere in radice che cos’è l’uomo perché Dio l’abbia tanto a cuore. Gesù è infatti «il nuovo Adamo», «l’uomo perfetto»[6] (GS 22). Ciò non significa riconoscere in lui, quasi a malincuore, un’umanità troppo bella per essere come la nostra, fin dall’inizio completa e immutabile, definitivamente compiuta. Al contrario, «Gesù cresceva in sapienza, età e grazia» (Lc 2,52; cf. 2,40); egli venne «reso perfetto» mediante l’esercizio dell’obbedienza (Eb 5,8-9; cf. Fil 2,8-9). Non gli fu risparmiato affatto il dinamismo di ogni crescita umana: la paziente maturazione dei tempi, il rischio della libertà, lo stupore negli imprevisti, la fatica delle relazioni, la delusione delle incomprensioni e del fallimento, l’angoscia di fronte all’abbandono e alla morte. Afferma icasticamente il Prologo di Giovanni: «il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi» (Gv 1,14); facendosi carne, il Verbo eterno di Dio è diventato uomo entro un concreto dinamismo storico di crescita e di sviluppo: «si è fatto veramente uno di noi» (GS 22) lungo un processo esistenziale che riguarda l’intera sua vicenda terrena, imparando passo dopo passo il difficile mestiere di uomo. Lo ha imparato – vedremo – come figlio: mediante l’esercizio concreto, vivace e diversificato di un affetto e un’obbedienza filiali.
In questo senso, la testimonianza neotestamentaria compendia l’evento Gesù Cristo nei termini di una relazione/azione Padre-Figlio, dalla quale scaturisce la salvezza per gli uomini:

Quando venne la pienezza dei tempi, Dio [il Padre!] mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la legge, per riscattare quelli che erano sotto la legge, perché ricevessimo l’adozione a figli» (Gal 4,4-5).

È la stessa relazione che motiva la consegna amorevole del Figlio per la salvezza del mondo: «Dio [il Padre] ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna» (Gv 3,16).

2. «Questo è il mio corpo»: chi può affermarlo in piena verità?

Nell’ultima cena con i discepoli, troviamo un’affermazione cruciale di Gesù, che da un lato porta a compimento lo stile di proesistenza[7] attuato nel corso del suo ministero e, d’altro lato, anticipa ciò che di lì a poco si sarebbe consumato nella consegna estrema della vita nelle mani degli uomini e, ultimamente, alla volontà dell’abbà; l’espressione è riportata unanimemente dalla tradizione sinottica e paolina: «Questo è il mio corpo» (τοῦτό ἐστιν τὸ σῶμά μου: Mc 14,22; Mt 26,26; Lc 22,19; 1Cor 11,24). È una dichiarazione molto impegnativa! Chi può esibire ad altri se stesso, affermando in piena verità «questo è il mio corpo», cioè non soltanto «tutto me stesso in quanto inserito nel mondo e posto in relazione con gli altri e con le cose», ma anche «l’intera mia vita in quanto mi è stata donata, è andata via via strutturandosi nell’intreccio delle relazioni ed è investita ora totalmente come dono libero e gratuito d’amore»? Ebbene, Gesù può fare una simile affermazione, perché esibisce e dona in verità se stesso: egli offre non soltanto il suo insegnamento, la sua potenza taumaturgica, un po’ del suo tempo, ma l’intera sua vita, come dono per noi. Dopo aver detto infatti «questo è il mio corpo», specifica subito: «che è dato per voi» (Lc 22,19; cf. 1Cor 11,24); anche le parole sul calice («questo è il mio sangue dell’alleanza, che è versato per molti»: Mc 14,24, cf. Mt 26,28; Lc 22,20; 1Cor 11,25) confermano il dono totale della vita, che instaura ormai la nuova alleanza a favore degli uomini.
A differenza di Gesù, la dichiarazione «questo è il mio corpo» risulta per noi molto più problematica. Nel nostro caso, infatti, spesso il corpo dice e non dice, rivela e nasconde; è sempre un po’ maschera opaca, traduzione parziale, non del tutto adeguata, non del tutto sincera e trasparente del nostro essere personale. Se la tradizione dei «sensi spirituali» conferma nell’uomo la stretta connessione tra interiorità ed esteriorità, è anche vero che l’equilibrio tra ciò che siamo e ciò che mostriamo di noi, tra come ci sentiamo e come ci relazioniamo, è sempre difficile e delicato. Potremmo però menzionare almeno due esempi, due luoghi emblematici nei quali un uomo può affermare in verità: «Questo è il mio corpo».

– «Questo è il mio corpo» può dirlo lo sposo di fronte alla sposa, l’amante che mette la propria vita nelle mani dell’amata, accettando di far dipendere la propria felicità dalla felicità dell’altra. Il corpo così offerto anche nella sua nudità, non esibito narcisisticamente né imposto con prepotenza, esprime la totalità del dono di sé «per l’altro» ed è promessa di un «per sempre»; proprio mentre realizza la comunione profonda di tutta la persona, diventa apertura a una nuova vita.

– «Questo è il mio corpo» lo può affermare anche il martire di fronte al carnefice. Pure il martire è disposto infatti a metterci tutta la vita, testimoniando fedelmente fino alla fine, costi quello che costi, la dedizione alla verità in cui crede: l’amore incondizionato a Dio cui ha affidato la propria vita, senza cedere alla menzogna del tradimento o del rinnegamento per salvare se stesso, senza cadere nel circolo vizioso e mortifero della violenza per far valere le proprie ragioni.

Ora, Gesù può asserire in verità «questo è il mio corpo… per voi», perché egli è lo Sposo di fronte alla sposa[8] e, insieme, il Martire fedele che ha versato il proprio sangue, colui che fino alla fine, accettando il sacrificio estremo, ha inteso «dare testimonianza alla verità» (Gv 18,37) con l’intera sua esistenza[9]. A riconferma del fatto che nel gesto supremo di amore fedele dello Sposo e Martire/Testimone, cioè nel corpo crocifisso di Gesù, c’è veramente tutta la sua vita, ricevuta dal Padre e donata agli uomini, i vangeli parlano ancora del corpo del Risorto. Gesù si presenta ai suoi dopo la risurrezione con un corpo – trasfigurato, certo, ma nondimeno reale – che porta impressi per sempre i segni della passione, della sua vita donata per amore. Se quello del Risorto è un corpo che non si può trattenere (cf. Gv 20,17), cionondimeno è un corpo che si può guardareMostrò loro le mani e il fianco»: Gv 20,20); anzi, un corpo che si deve guardare e toccareMetti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco»: Gv 20,27; «Sono proprio io! Toccatemi e guardate»: Lc 24,39).
In definitiva, Gesù può dire in piena verità – e insegna a dire a noi – «questo è il mio corpo»:

– perché nel suo gesto di consegna c’è veramente tutta la vita: liberamente assunta (ricevuta dal Padre che gli ha «preparato» un corpo) e liberamente donata (agli amici e alle moltitudini: «per voi» e «per molti»);

– perché, in piena trasparenza tra interiorità ed esteriorità, lì c’è veramente tutta la sua persona che entra in relazione con la storia degli uomini: mistero luminoso che si rivela entro le coordinate sensibili del nostro mondo, non scavalcando la finitudine e la fragilità corporale, ma percorrendola fino in fondo, quale espressione estrema dell’amore che si dona;

– in una parola, perché in Gesù «amore e verità» si sono incontrati (cf. Sal 85,11), nel senso che la verità cui egli dà testimonianza con l’intera esistenza è la verità dell’amore.

Ma come Gesù arriva a dire questo? E come può insegnare a noi a dirlo, a viverlo? Proviamo a esplicitare maggiormente ciò che abbiamo testé rilevato.

3. «Ecco, io vengo… per fare, o Dio, la tua volontà» (Eb 10,7): affetto e obbedienza filiali in Gesù di Nazaret


Gesù può esibire e offrire in verità tutto se stesso, in quanto riconosce a un tempo da dove (e da chi) viene, e perché (e per chi) è venuto: egli viene dal Padre che gli ha «preparato» questo corpo, e viene per fare la sua volontà. La Lettera agli Ebrei chiarisce così ciò che Dio non gradisce e pertanto non chiede al Figlio che entra nel mondo (olocausti e sacrifici, offerti «secondo la legge») e ciò che invece egli vuole (un corpo da lui «preparato» per fare la sua volontà). Possiamo stabilire allora un’intima correlazione tra l’ammissione «questo è il mio corpo» e la dichiarazione «io vengo per fare la tua volontà»: è precisamente nell’accoglienza grata di questa vita umano-corporea che diventa testimonianza e dono d’amore, che Gesù attua una piena obbedienza filiale, imparando a fare la volontà del Padre. Del resto, se tra tutti i bisogni del corpo la fame è sicuramente tra i più fondamentali ed emblematici, ecco che Gesù rivela come l’uomo non si riduca a un fascio di bisogni; mentre sperimenta i morsi della fame (cf. Mt 4,2; Lc 4,2; Mc 11,12)[10], rende pure palese come l’essere corporeo stesso aneli a un soddisfacimento che non si limita al pane materiale: «Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio» (Mt 4,4; cf. anche Gv 4,34). Così Gesù manifesta la realtà del suo essere Figlio dentro questo mondo: scoprendo la fame più profonda dell’uomo e sfamandola prima con il suo insegnamento (cf. Mc 6,34), poi anche con il pane materiale (cf. Mc 6,37-44; 8,2-9).
Ecco allora delineato il tratto fondamentale dell’esperienza religiosa di Gesù, in quanto vissuta in un vero corpo: l’intera sua esistenza è stata condotta all’insegna di un’obbedienza filiale amorevole al Padre, che è diventata dedizione incondizionata agli uomini. L’obbedienza è un atteggiamento che egli ha imparato nell’esercizio concreto della libertà, fino all’abbandono della propria vita nelle mani del Padre: «Abbà! Padre! Tutto è possibile a te: allontana da me questo calice! Però non ciò che voglio io, ma ciò che vuoi tu» (Mc 14,36; cf. Lc 22,42; Mt 26,39). È ancora la lettera agli Ebrei che ci permette di compendiare mirabilmente il faticoso cammino di apprendistato di Gesù, percorso fedelmente fino alla fine in termini di obbedienza filiale a Dio gradita, giungendo così alla perfezione dell’essere Figlio e qualificando anche per noi la salvezza in termini di filialità/fraternità:

Nei giorni della sua vita terrena egli offrì preghiere e suppliche, con forti grida e lacrime, a Dio che poteva salvarlo da morte e, per il suo pieno abbandono a lui, venne esaudito. Pur essendo Figlio, imparò l’obbedienza da ciò che patì e, reso perfetto, divenne causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono (Eb 5,7-9).

L’obbedienza filiale di Gesù è intessuta di affetto profondo e amore totalizzante nei confronti del Padre, alla volontà del quale si affida costantemente fino all’abbandono nel Getsemani e sulla croce, perché gli uomini abbiano la vita. Ci siamo soffermati altrove sulla vasta e intensa gamma di sentimenti e affetti vissuti da Gesù, a testimonianza di come egli «si emozioni» davanti all’abbà e davanti agli uomini[11]. Richiamiamo qui soltanto due brevi annotazioni.
Il sentimento di Gesù maggiormente ricorrente nei Sinottici è la compassione. Questa intensa attitudine personale a coinvolgersi nelle sofferenze dei poveri – che nasce da un vedere la situazione di bisogno dell’altro, passa attraverso un viscerale sentire e sfocia in un agire oblativo – trova nel rapporto con Dio Padre la propria intima sorgente. La misura di un amore pieno e fedele, che giunge perfino al dono di sé nella certezza di un legame indistruttibile con la fonte della vita, è cioè attinta da Gesù dal suo affetto per l’abbà; dice il suo modo di imparare e il suo stile di praticare l’obbedienza al Padre nelle varie situazioni e nelle diverse relazioni che si trova ad affrontare. In definitiva, la compassione di Gesù è espressione della sua profonda e originalissima coscienza filiale: del suo venire dal Padre come Figlio amato per la vita del mondo.
Una seconda annotazione riguarda la gioia, come spicca in particolare nell’inno di giubilo lucano[12]. La lode gioiosa di Gesù scaturisce dalla contemplazione della cura che il Padre nutre verso le sue creature, soprattutto nei confronti dei «piccoli». Egli si sente profondamente implicato nel mondo buono creato da Dio, grazie a questo corpo che gli è stato preparato: in quanto Figlio, ha uno sguardo limpido, capace di vedere la bellezza del creato come riflesso dell’amore assolutamente gratuito del Padre, e ha un cuore puro, capace di esultare per l’intima conoscenza del mistero della comunione filiale, per suo tramite partecipabile anche agli uomini.
Sguardo filiale, lode gioiosa e cuore compassionevole sono richiesti anche al cristiano, affinché possa assumere «gli stessi sentimenti di Cristo Gesù» (Fil 2,5): per imparare con tutta la sua vita – nel suo corpo – non soltanto a rendere ragione della propria speranza, ma anche a restituire gli affetti al proprio credere.

4. «Offrire i vostri corpi come sacrificio vivente» (Rm 12,1): coniugare insieme esperienza di fede e vissuto emotivo

Gesù insegna a coniugare insieme esperienza di fede e vissuto emotivo, chiamando a configurarsi alla forma del suo affetto filiale e della sua obbedienza amorevole al Padre, mediante l’unico sacrificio gradito a Dio: l’offerta del proprio corpo. In altre parole, invita a «una fede capace di resistere alla prova del corpo»[13], a una fede cioè che va riscoperta e coltivata alla luce dell’esperienza del corpo donato, poiché

esattamente a questo livello si gioca la sensibilità della fede, ovvero la qualità di un legame con Dio che raggiunge il suo autentico realismo, evitando la deriva fatale nell’evanescenza e nell’irrilevanza[14].

Accettare questo corpo che da altri abbiamo ricevuto, accogliere il dono gratuito e incondizionato di una vita pienamente umana e farne un’offerta vivente d’amore, imprimendovi la forma eucaristica e pasquale del corpo donato e del sangue versato (imparando a dire a nostra volta in verità: «Questo è il mio corpo per te, per voi») è precisamente ciò che rimpiazza la necessità antica di sacrifici e olocausti.
È vero che il nostro corpo è segnato dal peccato, di cui le nostre relazioni (con Dio, con gli altri, con le cose) portano impressa una profonda e dolorosa ferita; ma per vincere il peccato, cioè per far morire ciò che conduce alla morte, non ci è chiesto di mortificare la nostra vita, ma di accogliere la vita di Dio; non si tratta di spremere l’esistenza in estenuanti sacrifici, ma di fare spazio al suo dono d’amore, perché soltanto l’amore è veramente capace di cambiare l’uomo, di guarire le sue ferite, di sanare in radice le relazioni.
Non soltanto lo sposo, non soltanto il martire, ma anche ciascuno di noi, animato dallo Spirito del Figlio, può attestare e testimoniare: «Questo è il mio corpo»; secondo l’esortazione rivolta da Paolo ai cristiani di Roma, tale è l’atteggiamento di amore e di abbandono richiesto a ogni credente di fronte a Dio, perché rinnovi il proprio modo di pensare-sentire-agire e impari a discernere e a compiere la sua volontà:

Vi esorto dunque, fratelli, per la misericordia di Dio, a offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto spirituale. Non conformatevi a questo mondo, ma lasciatevi trasformare rinnovando il vostro modo di pensare, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto (Rm 12,1-2).

Lo ribadiamo: la comunione con Dio non si realizza mortificando se stessi o consumando sacrifici, bensì facendo del proprio corpo un sacrificio vivente, facendo cioè della vita (che ci è stata donata) un dono; ecco: «Glorificate Dio nel vostro corpo!» (1Cor 6,20). Ciò è possibile grazie alla misericordia di Dio Padre (il suo grembo paterno/materno datore di vita, le sue viscere di compassione sempre rigeneranti), per attuare così il vero culto spirituale, animati dallo Spirito del Figlio che nel nostro cuore grida «Abbà! Padre!» (Gal 4,6; Rm 8,15).
La qualità e l’intensità del vissuto emotivo è determinante per plasmare e sostenere l’esperienza di fede; per credere, non basta dire «Signore, Signore», né parlare o agire nel suo nome (cf. Mt 7,21-22), ma occorre imparare a «credere con passione». Secondo la duplice accezione che il termine «passione» mantiene in italiano, si tratta cioè di imparare a credere al prezzo di fatica e sudore, accettando la prova e passando attraverso la croce; ma insieme animati da autentico affetto filiale e obbedienza amorevole verso il Padre, conquistati dall’amore di Gesù e guidati dal suo Spirito, con profonda dedizione verso gli uomini e le donne di oggi, poiché «si è più beati nel dare che nel ricevere» (At 20,35).


Nota bibliografica

Oltre ai testi segnalati nelle note, si possono vedere utilmente: R. Cavedo, Corporeità, in P. Rossano - G. Ravasi - A. Girlanda (edd.), Nuovo dizionario di teologia biblica, Paoline, Cinisello B. (MI) 1998, 308-321; G.C. Pagazzi, In principio era il legame. Sensi e bisogni per dire Gesù, Cittadella, Assisi 2004; Corpo e trascendenza, in «Filosofia e Teologia» 19 (1/2005) 3-101; R. Repole (ed.), Il corpo alla prova dell’antropologia cristiana, Glossa, Milano 2007.


[1] Limitandoci al panorama italiano, si veda: Fenomenologia e ontologia dell’evento Gesù Cristo, in «Lateranum» 65 (1999) 463-578; N. Ciola, Gesù e l’esperienza religiosa di Dio/Abbà nello Spirito Santo, in I. Sanna (ed.), Gesù Cristo speranza del mondo, PUL-Mursia, Roma 2000, 237-255; M. Gronchi, Gesù, l’uomo che è il Figlio di Dio. L’esperienza religiosa di Gesù come principio ermeneutico della sua singolare universalità, in G. Bof (ed.), Gesù di Nazaret… figlio di Adamo, Figlio di Dio, Paoline, Milano 2000, 211-254; F. Manzi - G.C. Pagazzi, Il pastore dell’essere. Fenomenologia dello sguardo del Figlio, Cittadella, Assisi 2001; V. Battaglia, Sentimenti e bellezza del Signore Gesù. Cristologia e contemplazione 3, EDB, Bologna 2011.

[2] Nella visione neotestamentaria, in particolare, «è chiaro che non si può intendere corpo come una realtà puramente materiale e fisica. Il corpo è […] l’unità vivente della persona umana […] dice continuità e solidarietà dell’uomo con la creazione, manifesta la dimensione cosmica della persona in quanto essere-nel-mondo capace di relazioni, soggettività socialmente aperta agli altri e al dialogo con Dio»: A. Staglianò, Risurrezione, in G. Barbaglio - G. Bof - S. Dianich (edd.), Teologia, San Paolo, Cinisello Balsamo 2002, 1299-1300.1303.

[3] P. Gamberini, Caro cardo salutis. L’incarnazione come dono di trascendenza, in «Filosofia e Teologia» 19 (1/2005) 36.

[4] G. Mazza, Incarnazione e umanità di Dio. Figure di un’eternità impura, San Paolo, Cinisello B. (MI) 2008, 144.

[5] «Quando Dio vuole essere non-Dio, sorge l’uomo. […] Potremmo definire l’uomo come ciò che sorge quando l’autoespressione di Dio, la sua Parola, viene pronunciata con amore nel vuoto del nulla non-divino. Per questo infatti il Logos incarnato è stato pure chiamato la parola abbreviata di Dio. L’abbreviazione, la cifra di Dio stesso è l’uomo, cioè il Figlio dell’uomo e gli uomini, i quali in fondo esistono perché doveva esistere il Figlio dell’uomo»: K. Rahner, Corso fondamentale sulla fede. Introduzione al concetto di cristianesimo, Paoline, Cinisello B. (MI) 1990, 293. Comprendiamo allora che «la carne non è il luogo in cui l’uomo è “meno uomo”, un’umanità diminuita. Al contrario: nella sua carne l’uomo è pienamente se stesso. […] La carne è ciò che accade quando Dio si comunica/esprime nell’altro da sé/nel non-Dio»: A. Cozzi, Introduzione, in D. Albarello - A. Cozzi - G. Laiti - M. Recalcati, Il corpo nell’esperienza cristiana. Dal culto mondano del corpo al legame ritrovato, Glossa, Milano 2011, XXIV.

[6] Concilio Vaticano II, Costituzione pastorale Gaudium et spes (7 dicembre 1965) (GS), n. 22.

[7] Per «proesistenza» si intende la totale dedizione di sé agli altri, l’esistenza interamente spesa da Gesù perché gli uomini abbiano la vita; cf. H. Schürmann, Gesù di fronte alla propria morte. Riflessioni esegetiche e prospettiva, Morcelliana, Brescia 1983, 149-190.

[8] Giovanni lo evidenzia in maniera simbolica alle nozze di Cana (cf. 2,1-11) e al pozzo di Sicar (cf. 4,5-42) e lo mette in bocca all’«amico dello sposo», al quale soltanto «appartiene la sposa» (3,29); cf. anche Mc 2,19-20.

[9] Se è vero che il quarto Vangelo non presenta l’istituzione dell’eucaristia con l’espressione «questo è il mio corpo», ecco però che il racconto dell’ultima cena è introdotto dall’esplicitazione del senso di ciò che Gesù sta per compiere, nell’offerta della propria vita: «Dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine» (Gv 13,1); è il compimento di ciò che il Maestro aveva rivelato precedentemente, presentando se stesso come «il pane di vita», nell’offerta anticipata del proprio corpo – «la mia carne» e «il mio sangue» – per la fame e la sete dell’uomo: «Per la vita del mondo» (cf. 6,48-58). Rimanendo nella tradizione giovannea, l’Apocalisse presenterà Gesù Cristo come «il testimone fedele… che ci ama e ci ha liberati dai nostri peccati con il suo sangue» (Ap 1,5) e come lo sposo per il quale «la Gerusalemme nuova» è «pronta come una sposa adorna» (21,2; cf. 21,9).

[10] «Nessuno è stato carne come il Figlio» è titolato un paragrafo di G.C. Pagazzi, Fatte a mano. L’affetto di Cristo per le cose, EDB, Bologna 2013, 86-91.

[11] Cf. G. Depeder, «Si commosse profondamente» (Gv 11,33). Sentimenti, affetti, eros di Gesù, in «Credere Oggi» 33 (2/2013) 69-78.

[12] «In quella stessa ora Gesù esultò di gioia nello Spirito Santo e disse: “Ti rendo lode, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. Tutto è stato dato a me dal Padre mio e nessuno sa chi è il Figlio se non il Padre, né chi è il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo”» (Lc 10,21-22).

[13] D. Albarello, Sensibilità della fede. Il legame con Dio alla prova del corpo, in Albarello - Cozzi - Laiti - Recalcati, Il corpo nell’esperienza cristiana, 89.

[14] Ibid., 43.

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