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La meditazione oggi. Profilo psicologico e sociale
Armando Matteo

 1. Il fascino della spiritualità contemporanea

Quando si parla di meditazione il primo referente specifico è quello legato alla ricerca di una spiritualità alternativa rispetto all’esperienza tradizionale occidentale rappresentata dalla religione cristiana. Tale spiritualità alternativa viene spesso definita new age o più di recente «milieu olistico». Dedicarsi a una tale ricerca significa concretamente prendere parte a incontri legati alla religiosità orientale, seminari su nuovi movimenti religiosi e, appunto, sessioni di meditazioni, yoga e zen[1]. Lo scopo prefissato o promesso è quello di un incontro con il Sé interiore grazie a una forma di armonia tra corpo, mente e anima:

l’aggettivo «olistico» rimanda alla promessa che queste pratiche condividono di agevolare, negli individui che si impegnano in esse, il processo di connessione con il «Sé interiore» o «Sé profondo»[2].

Ora, nonostante spesso si parli di tutto ciò come di una vera e propria rivoluzione in atto, che modificherebbe in direzione new age il panorama religioso globale, l’impressione più concreta, spicciola, a pelle, è che tale fenomeno resti piuttosto marginale e non coinvolga quote significative di popolazione.
Una conferma, in tal senso, ci viene dal panorama italiano, colto a partire dalle tendenze in campo religioso delle nuove generazioni. Eccone il quadro offerto con puntualità da Stefania Palmisano:

Sebbene il milieu olistico registri una crescita di attrazione rispetto al passato, questo andamento non prefigura una rivoluzione spirituale né tantomeno un’epidemia esoterica. I frequentatori di scuole di yoga e di meditazione, di gruppi zen, di cerchi di danze sacre, di viaggi sciamanici, di corsi sui cavalli, vite precedenti, feng shui e musica delle piante – fossero tutti motivati da ragioni spirituali – rappresentano una quota ridotta della popolazione giovanile (al più il 15%). Si potrebbe ipotizzare, come fanno alcuni intervistati, che la spiritualità alternativa sia soprattutto «un affare per adulti». Socializzati al cattolicesimo quando era un destino perlopiù ineluttabile, essi scoprirebbero oggi, svincolati dai legami sociali che li trattenevano nei circuiti tradizionali, il fascino della spiritualità contemporanea, con il suo «fai da te», l’enfasi sul benessere mind body spirit, la ricerca di autenticità in sintonia con il Sé interiore. Ma i pochi dati disponibili sulla popolazione adulta non paiono confermare questa ipotesi. Eppure, il processo di «spiritualizzazione» di molte sfere sociali (dai luoghi di lavoro al fitness, dalla ristorazione al remise en forme) e dell’industria culturale testimoniano l’influenza di questo fenomeno sulla vita del paese. Ma il paradosso è solo apparente: la ricerca rivela che il nomadismo spirituale dei giovani italiani risulta più ideale che fattuale, più oggetto di intenzione che di pratica di vita[3].

Sulle ragioni di questo dato non condividiamo l’ipotesi della Palmisano, secondo la quale sarebbe il forte ancoraggio alla cultura cattolica, nella quale sono cresciuti, a scoraggiare i giovani (e quindi gli adulti) a essere più audaci nell’intraprendere percorsi di spiritualità alternativa. Ci sembra, invece, necessario mettere in campo un’ipotesi di più ampio respiro: sono le stesse ragioni che spingono a “desiderare” una quale forma di spiritualità alternativa, olistica, a rendere, sotto un altro punto di vista, il perseguimento di questo stesso desiderio semplicemente impossibile. E, in verità, tale considerazione si dovrebbe estendere anche a quel che riguarda la pratica della religione tradizionale e quindi quella legata al cristianesimo: nelle intenzioni sono molti quelli che vorrebbero dedicarle del tempo, magari in forme più adatte alla sensibilità contemporanea, ma di fatto le chiese restano sempre e solo appannaggio dei bambini, finché restano bambini, e della popolazione anziana e di quella decisamente più anziana.

2. Una vita impossibile

Stando a quanto le numerosissime fenomenologie che della vita contemporanea tanti studiosi ci hanno offerto (basti qui semplicemente citare il nome di Zygmunt Bauman), si deve riconoscere che, insieme a numerosi vantaggi e al godimento di una libertà potenzialmente senza confini, il tempo che viviamo pone numerose sfide al cittadino medio.
La prima sfida è quella legata, appunto, al tempo: non abbiamo mai tempo da perdere. Viviamo in sistemi dai quali non si riesce a uscire mai e dei quali non si riesce mai a staccare la spina. Si pensi soltanto al fatto che siamo raggiungibili, tramite email, sms, whatsapp, ecc., praticamente ovunque e in qualunque momento.
La seconda sfida è quella che non possiamo mai semplicemente perdere o fallire. Non solo dunque vite di corsa, ma anche vita in corsa, in concorrenza, con obiettivi e traguardi che non cessano di innalzarsi continuamente.
La terza sfida è quella di aver fatto della condizione precaria l’ordinario della nostra condizione di vita e soprattutto di lavoro: non c’è nulla che possa essere stabilito come definitivo in nessun campo ed è per questo allora che viviamo sempre una sorta di tirocinio infinito. Bisogna sempre stare all’erta, pronti, mai rilassati. L’ideale di vita diventa la formazione permanente, che decreta però una situazione di maturità mai possibile.
La quarta sfida riguarda l’incredibile ampliamento dello spazio mentale e oggettuale al cui interno possiamo giocare la nostra libertà. Da una parte, sono crollati tutti i criteri sovraindividuali di una qualsivoglia etica e a volte di semplice buon senso: l’unica cosa oggi condivisa è che non ci sia niente di condiviso. Dall’altra, i progressi della tecnica sono enormi e permettono di sperimentare ampliamenti e ridefinizioni della condizione umana mai prima semplicemente intravisti.
La quinta sfida è quella che deriva dal dominio della logica di mercato in quasi tutti gli ambiti della vita: questo fa sì che ciascuno venga inteso semplicemente come consumatore, piuttosto che come cittadino. E le doti necessarie a un buon consumatore sono, dal punto di vista del mercato, essenzialmente due: che non pensi troppo e, soprattutto, che non sia completamente soddisfatto. Ed è questo il grande potere e compito che possiede ed esercita la pubblicità, la quale appunto non ci fa pensare troppo e nello stesso tempo continua a offrire forme di felicità, di soddisfazione a breve scadenza, di modo che ciascuno, alla data fissata, ritorni a chiedere al mercato nuove soddisfazioni.
La sesta e ultima sfida riguarda la paura di perdere delle occasioni buone e questo genera un’incredibile allergia verso ogni tipo e forma di legame. Dato che tutto è sempre in cambiamento, non possiamo permetterci di restare fissi a un punto «per sempre» o in modo che non ci sia concesso di fare un passo indietro: significherebbe non tenere la porta aperta alle buone occasioni che sono sempre appunto possibili.
Reggere quotidianamente a queste sfide rende la vita un’avventura quasi impossibile. A me pare logico dedurre da questo discorso che il desiderio se non addirittura il bisogno di una qualche forma di “distacco” da queste dinamiche che assorbono e in parte stritolano l’esistenza comune sorga più che naturale, ed è qui che io vedo lo spazio per il darsi del desiderio e del bisogno di “pensare” a quelle forme di spiritualità alternative nelle quali la meditazione ha un suo ben preciso ruolo e che promettono una qualche forma di contenimento al processo tendenzialmente schizofrenico cui è sottoposta l’esistenza del cittadino medio.
Succede, però, che, date le condizioni concrete sotto le quali questo desiderio dovrebbe prendere forma, esso non riesce ad andare oltre la pia intenzione. Sono appunto davvero pochi coloro che di fatto si inoltrano lungo i sentieri di una spiritualità alternativa di tipo olistico. Non si ha mai tempo, non c’è tempo da perdere, c’è sempre qualcosa d’urgente a cui prestare attenzione, non si trova la giusta concentrazione e quindi il giusto distacco dalle preoccupazioni o dalle incombenze e così via.
Per analogia, si potrebbe fare un discorso similare anche per coloro che si definiscono credenti e specificatamente cristiani. Costoro, pur non frequentando la vita ecclesiale, non escludono per nulla la loro ricerca di una certa spiritualità, anzi nel tempo aumenta tra di essi il numero di coloro che si dichiarano persone fortemente spirituali, pur dovendo constatare che in chiesa non mettono piede da tempo immemorabile.
E questo perché di fatto sembra che sia diventato praticamente impossibile, a noi uomini e donne dell’Occidente, fermarsi un attimo. C’è sempre qualche cosa di urgente a cui dare attenzione e tempo. Siamo quasi sempre in balia delle numerose contingenze e urgenze che pesano su di noi. La situazione è talmente complicata che spesso anche il tempo libero diventa occasione di stress e di frustrazione... Da qui deriva pure una certa tensione palpabile, fisica, tra noi e in mezzo a noi, un nervosismo crescente, una fissazione soffocante di star perdendo tempo o l’occasione giusta. Insomma, non c’è mai tempo da perdere; figurarsi tempo da perdere per meditare!
Eppure vi è da riconoscere che una qualche forma di meditazione, di riflessione su di sé a partire da sé, è semplicemente necessaria per la custodia della nostra umanità, anzi più precisamente per la crescita della nostra umanità. Qui vorremmo accostare ora l’argomento dal punto di vista psicologico, intendendo lo spazio generico della meditazione o della ricerca della spiritualità, alternativa o all’interno delle grandi tradizioni religiose, come ricerca o meglio come recupero della capacità di stare da soli, come spazio di uno stare semplicemente con se stessi e con la propria esistenza.

3. La separazione che ci fa crescere

La possibilità di stare da soli non è un fatto casuale o un ingrediente secondario per la vita umana. Si deve dire precisamente che l’uomo è l’essere che sa stare da solo.
Quando si afferma che l’uomo è l’essere che sa stare da solo non si intende alludere all’esperienza della solitudine come assenza o vuoto di relazioni; qui ci si intende riferire all’esperienza della solitudine come tempo in cui stare con se stessi. Da questo punto di vista tale capacità di solitudine non solo non è la negazione di quell’essere in relazione che contraddistingue l’umanità dell’uomo (già Aristotele ne parlava nei termini di animale politico); è piuttosto la base per ogni autentica relazione con gli altri e con il mondo e soprattutto con se stessi.
Di fatti, questa attitudine vale già solo in ordine alla costituzione della nostra umanità compiuta: la crescita in maturità si misura, dal punto di vista psicologico, proprio dalla capacità di vivere la separazione dagli altri senza frustrazione e senza ansia. Questo vale per il bambino, per l’adolescente e per il giovane, in misura diversa e crescente. E separazione viene dal verbo «separare», che indica l’atto con cui si dà vita a uno spazio per se stessi: separarsi indica propriamente l’atto del preparare uno spazio, una stanza, una camera, un luogo proprio, dove poter stare con se stessi.
L’uomo sa fare tutto questo e tutto questo gli è davvero necessario per una vita autenticamente umana. Per cui se cresce separandosi, cioè imparando a stare con se stesso e da se stesso, non può non salvaguardare questo dinamismo attraverso un tempo per stare da solo, ovvero con se stesso.
Quando questo non accade, il risultato è quello di un deficit di maturità. E non è un caso che uno dei tratti più distintivi della nostra società sia l’assenza di uomini e donne veramente adulti e maturi. Disperdendo la capacità della separazione, si attua un procedimento di decrescita in maturità umana, che ci sta portando verso una situazione davvero paradossale. In un piccolo ma incisivo saggio dal titolo quanto mai evocativo di Senza adulti, il giurista Gustavo Zagrebelsky ha potuto giustamente scrivere parole come queste:

Dove sono gli uomini e le donne adulte, coloro che hanno lasciato alle spalle i turbamenti, le contraddizioni, le fragilità, gli stili di vita, gli abbigliamenti, le mode, le cure del corpo, i modi di fare, persino il linguaggio della giovinezza e, d’altra parte, non sono assillati dal pensiero di una fine che si avvicina senza che le si possa sfuggire? Dov’è finito il tempo della maturità, il tempo in cui si affronta il presente per quello che è, guardandolo in faccia senza timore? Ne ha preso il posto una sfacciata, fasulla, fittiziamente illimitata giovinezza, prolungata con trattamenti, sostanze, cure, diete, infiltrazioni e chirurgie; madri che vogliono essere e apparire come le figlie e come loro si atteggiano, spesso ridicolmente. Lo stesso per i padri, che rinunciano a se stessi per mimetizzarsi nella cultura giovanile dei figli[4].

A noi pare non lontano dal vero collegare la grande stagione di immaturità che oggi ci tocca vivere con la perdita di consapevolezza dell’importanza di saper stare da soli. La separazione ci è dunque necessaria.
Ci è necessario riaprire, allora il discorso, dell’importanza della solitudine quale condizione irrinunciabile per una sciolta frequentazione della propria interiorità e, alla fin dei conti, della propria esistenza, in vista di una presenza matura e compiuta nel mondo.

4. Elogio inattuale della solitudine

Provo a trasportare, allora, il discorso sulla meditazione in quello della solitudine, della necessaria solitudine. Intendo cioè decifrare il desiderio non compiuto che molti esprimono di una più larga pratica della meditazione come indiretta espressione di bisogno di quell’esperienza della separazione di cui ho parlato e che proprio la solitudine ci consente di sperimentare.
So molto bene che oggi più nessuno parla di solitudine. Si è già ricordato che è diventato piuttosto un dovere l’essere sempre in contatto, raggiungibili, a disposizione. C’è, in verità, quasi da scusarsi se qualcuno dichiara di non essere riuscito a mettersi in contatto con noi. E questo è un fatto che tocca tutti. Mi piace al proposito riportare anche un piccolo aneddoto personale: qualche anno fa quando andavo in giro per conventi e monasteri per conferenze, mi si diceva per prima cosa: «Padre, la cappella è qui, se vuole pregare»; oggi, appena varco la soglia di un convento o di un monastero la prima cosa che mi si dice è: «Padre, la password per il wi-fi è questa qui»! Insomma hanno paura che io mi senta da solo e subito mi danno modo per connettermi al mondo…
A dispetto di tutto questo, si deve riconoscere che, nell’esistenza umana dovrebbe essere riservato e garantito un congruo spazio all’esperienza della solitudine, a quell’abitare con se stessi della mai superata tradizione monastica, da cui solo può fiorire e fluire un rapporto intenso con la propria interiorità e con il proprio spirito, con il proprio io e con la propria anima.
Siamo cresciuti separandoci e possiamo non disperdere i frutti della nostra crescita solo a prezzo di preservare questo spazio della separazione, cioè della continua costruzione, manutenzione e abitazione della nostra stanza interiore, del nostro cosmo spirituale.
Per vivere all’altezza del destino dell’umano, la solitudine ci è dunque necessaria. Preziosa. È il tempo in cui coraggiosamente porsi di fronte alle domande vere di ogni vita: chi sta vivendo al posto mio? Che cosa mi connota in modo essenziale e che cosa in modo marginale? A quali sogni ho affidato la mia energia vitale? A quali illusioni? Che cosa mi è davvero caro in questo continuo travaglio dell’esistere? Di cosa mai potrei fare a meno nella mia quotidianità spicciola e concreta? E cosa c’è di più, di superfluo se non addirittura di superficiale nel mio modo di vivere?
È così, la solitudine, tempo di cura dell’anima, di quello spazio di risonanza tra noi e il mondo, che crea distanza, distacco, vuoto, abitando il quale possiamo poi ritornare alla nostra esistenza in modo signorile, sciolto, sovrano. Senza questo, una vita è quasi insopportabile.
Ed è proprio nella pausa e nel silenzio, che la solitudine consente, che si impara la legge per la quale non si lotta mai contro la vita e che invece proprio la vita è il nostro migliore alleato. Per questo, poi, lentamente si impara pure che spesso il corso degli eventi va assecondato e accolto quale benedizione promettente. Che per tante cose basta trovare un po’ di pazienza e di capacità di attesa. Esiste, infatti, una segreta seppur difficile vittoria nell’arrendersi alla vita, alle improvvise salite e discese, che essa pone e impone.
Chi non riesce a farsi amica la solitudine, cercando tempi e luoghi per far entrare aria pulita nell’intimo del suo essere e provare un nuovo accordo tra anima e corpo, desideri e destino, delusioni e speranze, ferite e ripartenze, rischia grosso. Rischia esattamente che la sua vita e la sua anima prendano direzioni distinte e parallele; rischia la perdita di quello spazio d’identità interiore, di perdere le chiavi di quella stanza spirituale intima, che permette di vivere una storia e non semplici frammenti o schegge di essa.
Quanto è attendibile questa espressione di Michael Ende, l’autore del fortunato romanzo di fantascienza La storia infinita: «Negli ultimi anni abbiamo corso così velocemente che ora dobbiamo sostare un po’ per consentire alle nostre anime di raggiungerci»[5]! Ecco il tempo della solitudine: il tempo in cui le nostre anime ci raggiungono, ci possono raggiungere.

5. Conclusione

Abbiamo considerato, nelle pagini precedenti, la contrapposizione esistente tra quanti – e sono molti – desiderano avere spazi di “meditazione” e i pochi che vi riescono; abbiamo pure analogicamente ricondotto in questo luogo i tanti che vorrebbero recuperare spazi di spiritualità all’interno della religioni tradizionali, ma non vi riescono. Le ragioni di fondo di tale situazione derivano dagli effetti combinati della vita contemporanea sull’esistenza delle persone. Insieme a tanti benefici e a nuovi orizzonti, non poche sono le sfide che essa pone. Ci è sembrato, infine, che una via di uscita possibile sia riscoprire gli aspetti positivi connessi all’esperienza della solitudine, che non è solo spazio in cui gli altri non ci sono, ma è anche spazio in cui poter intrattenersi e conversare con se stessi.
Ci sia consentito chiudere queste riflessioni con la straordinaria poesia Amore dopo amore che porta la firma di Derek Walkott[6]:

Tempo verrà
in cui, con esultanza,
saluterai te stesso arrivato
alla tua porta, nel tuo proprio specchio
e ognuno sorriderà al benvenuto dell’altro
e dirà: Siedi qui. Mangia.
Amerai di nuovo lo straniero che era il tuo io.
Offri vino. Offri pane. Rendi il cuore
a se stesso, allo straniero che ti ha amato
per tutta la tua vita, che hai ignorato
per un altro e che ti sa a memoria.
Dallo scaffale tira giù le lettere d’amore,
le fotografie, le note disperate,
sbuccia via dallo specchio la tua immagine.
Siediti. È festa: la tua vita è in tavola.


[1] Ci appoggiamo al contributo di S. Palmisano, La spiritualità del dio personale, in F. Garelli, Piccoli atei crescono. Davvero una generazione senza Dio?, Il Mulino, Bologna 2016, 181-212.

[2] Ibid., 191.

[3] Ibid., 209-210.

[4] G. Zagrebelsky, Senza adulti, Einaudi, Torino 2016, 46-47.

[5] Cit. da G. Ravasi, Mattutino, in «Avvenire» del 7 luglio 2004, 1.

[6] D. Walcott, Amore dopo amore, in Id., Mappa del nuovo mondo, Adelphi, Milano 199213, 99.


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