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Una visione inclusiva. Il san Francesco di papa Francesco
Felice Accrocca

Quattro anni fa Jorge Mario Bergoglio dalla periferia del mondo saliva sul soglio di Pietro. Che il suo sarebbe stato un pontificato diverso, innovativo, lo si capì subito, a partire dal nome assunto dal nuovo pontefice, che finiva per esprimere una chiara scelta di campo[1].

1. La lettura di Bergoglio e le sue ricadute sulla vita ecclesiale

Nel corso del primo incontro che ebbe con i giornalisti il 16 marzo 2013, pochi giorni dopo l’elezione, il papa chiarì i motivi della propria decisione. Precisò, infatti, che una volta raggiunto il quorum per l’elezione, il cardinale Claudio Hummes – il quale in Conclave occupava lo scranno vicino al suo – l’abbracciò e gli disse: «Non dimenticarti dei poveri!». L’ammonimento colpì nel segno: «Quella parola è entrata qui», riferì il papa alla stampa toccandosi la tempia con l’indice destro, e continuò:

I poveri, i poveri. Poi, subito, in relazione ai poveri ho pensato a Francesco d’Assisi. Poi, ho pensato alle guerre, mentre lo scrutinio proseguiva, fino a tutti i voti. E Francesco è l’uomo della pace. E così, è venuto il nome, nel mio cuore: Francesco d’Assisi. È per me l’uomo della povertà, l’uomo della pace, l’uomo che ama e custodisce il creato; in questo momento anche noi abbiamo con il creato una relazione non tanto buona, no? È l’uomo che ci dà questo spirito di pace, l’uomo povero… Ah, come vorrei una chiesa povera e per i poveri!

Nella lettura immediata che il papa dette di san Francesco ne riassunse dunque l’esperienza di vita nel segno della povertà, della pace, dell’amore per il creato, auspicando una maggiore attenzione ai poveri da parte di tutta la chiesa.
Anche in altre occasioni Francesco ha rimarcato l’importanza di questo aspetto: il 24 luglio 2013 a Rio de Janeiro, nel clima festoso della Giornata mondiale della gioventù, visitando l’ospedale «Sao Francisco de Assis na Providencia», disse che il giovane figlio di un mercante di Assisi abbandonò «ricchezze e comodità per farsi povero tra i poveri»; il 4 ottobre 2014, nella veglia di apertura del sinodo sulla famiglia, affermò:

Il nostro ascolto e il nostro confronto sulla famiglia, amata con lo sguardo di Cristo, diventeranno un’occasione provvidenziale con cui rinnovare – sull’esempio di san Francesco – la chiesa e la società. Con la gioia del Vangelo ritroveremo il passo di una chiesa riconciliata e misericordiosa, povera e amica dei poveri.

Sempre il 24 luglio 2013 a Rio de Janeiro, però, il papa approfondì ulteriormente la sua chiave di lettura, associando la scelta della povertà all’abbraccio di Francesco al lebbroso. Proprio in quell’abbraccio – disse – la scelta di Francesco di farsi povero tra i poveri divenne concreta; infine, concluse: «Abbracciare, abbracciare. Abbiamo tutti bisogno di imparare ad abbracciare chi è nel bisogno, come ha fatto san Francesco». In effetti, furono i lebbrosi a far maturare in Francesco d’Assisi il rovesciamento dei criteri di valore e di giudizio che ne determinarono la conversione. Nel dettare il proprio Testamento, infatti, egli indicò quale momento capitale della conversione l’avvicinarsi ai lebbrosi, una realtà che prima fuggiva[2]. «Ciò vuol dire – scriveva Raoul Manselli – che il momento centrale della conversione di Francesco» fu «il passaggio da una condizione umana a un’altra, l’accettazione del proprio inserimento in una marginalità, l’ingresso fra gli esclusi»[3]. Nella visione dello stesso Francesco, la propria conversione fu principalmente un rovesciamento di valori: egli dunque individuava il nucleo essenziale della sua proposta religiosa nella ricerca di ciò che prima aveva rifuggito, nella scelta di uno stato di emarginazione che solo poteva consentire la profonda realizzazione della sequela di Cristo.
Questo gesto di Francesco è tornato ancora a far capolino nelle parole del papa. Si prendano, ad esempio, quelle rivolte ai nuovi cardinali nel Concistoro nel febbraio 2015:

Ricordiamo sempre l’immagine di san Francesco che non ha avuto paura di abbracciare il lebbroso e di accogliere coloro che soffrono qualsiasi genere di emarginazione. In realtà, cari fratelli, sul Vangelo degli emarginati, si gioca e si scopre e si rivela la nostra credibilità!

Diciamocelo francamente: non siamo ancora abituati a un tale linguaggio, né a vederlo utilizzato in simili occasioni; un linguaggio che dovremmo invece assimilare e far nostro, assieme ai contenuti che veicola.

2. Dalla povertà di Cristo ai poveri in carne e ossa

Né può dirsi, come alcuni vorrebbero indurre a credere, che una tale lettura presti il fianco al sociologismo, finendo per avallare la visione orizzontalista di un’esperienza religiosa, che affondò invece le proprie radici in un’intensa esperienza di fede. Ciò non può dirsi, perché di contro sta la testimonianza delle fonti, le quali documentano con chiarezza l’amore di Francesco a Cristo e ai fratelli, e il magistero stesso di papa Francesco, capace di tenere uniti i due aspetti di quell’esperienza. Che i due aspetti non possano separarsi lo mostra anzitutto il Testamento dell’Assisiate: la sua lettura documenta in modo evidente come egli ritenesse riproponibile, anche nel contesto di un Ordine istituzionalizzato, la “proposta cristiana” ispiratagli dal Signore, esigendo altresì che i frati – tutti! – vivessero secondo quel modello[4]. Ha ragione, dunque, Giovanni Miccoli quando afferma che non si può «ridurre la “vita evangelii” proposta da Francesco a una scelta di campo sociale»; al tempo stesso, «per Francesco solo tale scelta di campo dà concretezza al suo proposito di seguire le orme di Cristo»[5].
Ora, quei due aspetti, uniti al punto da essere inscindibili – in quanto il dolore degli uomini (i lebbrosi) consentì a Francesco di giungere al Cristo crocifisso e il Cristo crocifisso gli permise di dare senso e significato al dolore degli uomini[6] –, vengono tenuti saldamente insieme dal pontefice, che nel Messaggio per la XXIX Giornata mondiale della gioventù ha scritto:

San Francesco d’Assisi ha compreso molto bene il segreto della beatitudine dei poveri in spirito. Infatti, quando Gesù gli parlò nella persona del lebbroso e nel Crocifisso, egli riconobbe la grandezza di Dio e la propria condizione di umiltà. Nella sua preghiera il Poverello passava ore a domandare al Signore: «Chi sei tu? Chi sono io?». Si spogliò di una vita agiata e spensierata per sposare «Madonna Povertà», per imitare Gesù e seguire il Vangelo alla lettera. Francesco ha vissuto l’imitazione di Cristo povero e l’amore per i poveri in modo inscindibile, come le due facce di una stessa medaglia[7].

Si potrebbe discutere, se proprio vogliamo sofisticare, sull’opportunità di riferirsi a un testo tardo e insicuro come le Considerazioni sulle stimmate – nel quale emerge con più forza il tratto meraviglioso rispetto a quello reale[8] – mentre si hanno a disposizione tanti altri testi molto più affidabili, ma certo non si può dubitare della correttezza globale dell’interpretazione di papa Bergoglio, soprattutto quando individua nell’«imitazione di Cristo povero» e nell’«amore per i poveri» da parte di san Francesco «come le due facce di una stessa medaglia».
Esemplari, a riguardo, si rivelano anche alcune affermazioni fatte in occasione dell’intervista concessa al quotidiano «La Stampa». Ai giornalisti che gli avevano chiesto se lo disturbasse l’accusa di «pauperismo» rivoltagli per aver definito i poveri «carne di Cristo», il papa rispose tirando in ballo san Francesco e ricordando come anche prima del suo apparire sull’orizzonte della storia esistessero dei «pauperisti»; tuttavia – aggiunse ancora – il pauperismo

è una caricatura del Vangelo e della stessa povertà. Invece san Francesco ci ha aiutato a scoprire il legame profondo tra la povertà e il cammino evangelico. Gesù afferma che non si possono servire due padroni, Dio e la ricchezza. È pauperismo? Gesù ci dice qual è il «protocollo» sulla base del quale noi saremo giudicati, è quello che leggiamo nel capitolo 25 del Vangelo di Matteo[9].

3. Il primato dell’esperienza di fede

In ogni caso, una presentazione che potremmo dire “a tutto tondo” della straordinaria personalità di Francesco d’Assisi, il papa ebbe modo di offrirla in occasione della sua prima visita ad Assisi, il 4 ottobre 2013, alcuni mesi dopo l’elezione al pontificato. In quella circostanza papa Francesco lasciò un segno nella città del “suo” santo[10], anche se, probabilmente, non nella direzione da molti attesa alla vigilia. Anch’io ebbi la fortuna di trovarmi allora ad Assisi e fin dal giorno precedente potei percepire l’atmosfera di “festa” che c’era nell’aria. Nell’ascoltare i discorsi, in gran parte di giornalisti e operatori dei media, si potevano cogliere analisi brillanti – per quanto non sempre fondate – e pronostici (a volte azzardati) sui luoghi dove il papa avrebbe tuonato più forte contro la mondanità della chiesa. Nell’occasione, però, egli impresse un segno soprattutto attraverso i suoi gesti e con la sua persona, semplice e mite, determinata e forte al tempo stesso. L’incontro con i malati e i poveri, il suo volersi immergere tra le piaghe del dolore umano: in tal modo, senza pronunciare discorsi eclatanti, egli rivitalizzò san Francesco e la lezione più intima e viva della sua esistenza.
Potei vederlo a brevissima distanza quando si recò alla basilica di Santa Chiara, per venerare le spoglie mortali della Santa, pregare nella chiesa a lei dedicata e incontrare – nella cappella che conserva oggi il famoso Crocifisso davanti al quale Francesco visse una straordinaria esperienza interiore – la comunità delle clarisse eredi della “loro” Madre. Sperimentai così quel che le immagini televisive, anche le migliori, non riescono a dare appieno: l’intensità e la luminosità del suo sguardo, quegli occhi che colpiscono e affascinano, il sorriso pieno e accattivante, capace di catturare anche la persona più scettica. Sì, tutta la persona del papa è francescana! E tutto francescano fu il contenuto delle parole che rivolse alle sorelle clarisse, anche se citazioni francescane e clariane in senso stretto non ve ne furono. Il papa, tuttavia, le invitò a contemplare un Cristo fatto carne, immerso fino al collo – potremmo dire – nella storia degli uomini, e a vivere fino in fondo la dimensione comunitaria, accogliendo ogni sorella appunto come sorella, persona amata sempre, nonostante tutti i limiti che l’umanità porta con sé. Ebbene, non è forse questo un insegnamento francescano? Non hanno vissuto Francesco e Chiara contemplando il Cristo fatto uomo? Non fu ispirata ogni loro scelta dal desiderio di seguirne le orme, di ripetere – nella loro esistenza – quelle che furono le modalità scelte da Cristo nel tempo in cui dimorò fra gli uomini? E non è scritto, tanto nella Regola di Francesco quanto in quella di Chiara:

ciascuno manifesti all’altro[a] con sicurezza le sue necessità, poiché se la madre nutre e ama il suo figlio carnale, quanto più premurosamente uno deve amare e nutrire il suo fratello [la sua sorella] spirituale[11]?

Nella cattedrale di San Rufino, parlando a sacerdoti, religiosi e religiose, laici impegnati nei consigli pastorali, il papa riassunse il suo discorso in tre verbi fondamentali: ascoltare, camminare, annunciare; ascoltare la parola di Dio, camminare insieme (sinodo), annunciare fino alle periferie.
Un programma tutto francescano, riassuntivo dell’intera vita di Francesco, che fu uomo plasmato dalla Parola, camminò sempre assieme ai suoi fratelli e rese presente il Cristo nelle periferie umane. Periferie che sono di diverso tipo e sono più vicine a noi di quanto possiamo pensare, ricordò il papa:

Una periferia che mi faceva tanto male, era [in diocesi di Buenos Aires] trovare nelle famiglie di classe media bambini che non sapevano farsi il segno della croce. Ma, questa è una periferia! E io vi domando: qui, in questa diocesi, ci sono bambini che non sanno farsi il segno della croce? Pensateci. Queste sono vere periferie esistenziali, dove Dio non c’è[12].

Soprattutto, il papa insistette sulla dimensione di fede, necessaria per capire Francesco: fede e Vangelo. Ai giovani chiese di non avere paura di compiere scelte definitive, remando contro la cultura del provvisorio che oggi imperversa. «Qui ad Assisi – disse –, qui vicino alla Porziuncola, mi sembra di sentire la voce di san Francesco che ci ripete: “Vangelo, Vangelo!”». E nell’omelia durante la messa affermò:

Chi segue Cristo, riceve la vera pace, quella che solo lui, e non il mondo, ci può dare. San Francesco viene associato da molti alla pace, ed è giusto, ma pochi vanno in profondità. Qual è la pace che Francesco ha accolto e vissuto e ci trasmette? Quella di Cristo, passata attraverso l’amore più grande, quello della croce. […] La pace francescana non è un sentimento sdolcinato. Per favore: questo san Francesco non esiste! E neppure è una specie di armonia panteistica con le energie del cosmo… Anche questo non è francescano! Anche questo non è francescano, ma è un’idea che alcuni hanno costruito! La pace di san Francesco è quella di Cristo, e la trova chi «prende su di sé» il suo «giogo», cioè il suo comandamento: Amatevi gli uni gli altri come io vi ho amato[13].

Ha perfettamente ragione il papa nel ribadire che «la pace di san Francesco è quella di Cristo» e che non è per nulla francescana l’idea di un’«armonia panteistica con le energie del cosmo»: ma si sa, la figura di san Francesco è spesso piegata a diverse esigenze e molte letture contemporanee tentano di attribuire al Santo d’Assisi idee e atteggiamenti che paiono più moderne elucubrazioni che non scelte da lui effettivamente operate[14]!
Un’esperienza, dunque, illuminata e plasmata da una fede che ne ha cambiato la vita. Perché la fede o cambia la vita o non è! Ecco il ritratto di san Francesco che papa Francesco consegnò nella sua prima visita in Assisi. Verrebbe quasi da sorridere quando qualcuno prova a dire che il papa, con i suoi modi di dire e di fare, finisce per favorire una dimensione quasi relativistica della vita, se non fosse che dietro alcune analisi all’apparenza alquanto banali, molte volte si percepiscono invece punte di cattiveria finalizzate alla realizzazione di disegni nient’affatto ingenui.
Una fede, dunque, che cambia la vita, che cambia i criteri di valore e di giudizio mettendo al centro i poveri, quelli che nessuno vorrebbe avere d’attorno, perché Cristo ha fatto così, fino a immedesimarsi con loro (Mt 25,31-46). Si spiega in tal modo la sensibilità mostrata da papa Francesco nei confronti dei migranti, la decisione di volersi recare a Lampedusa, di pregare sulla riva del Rio Grande, il fiume che separa il Messico dagli Stati Uniti. Sì, Francesco mette davanti ai nostri occhi realtà che vorremmo dimenticare, che forse neppure, nella nostra miseria, vorremmo vedere. Perché la tentazione perenne del cristiano è quella di vivere non a misura di Vangelo, ma di farsi un Vangelo a propria misura.

4. Una visione inclusiva

Un significativo “passaggio” francescano di papa Francesco va indubbiamente individuato nella straordinaria enciclica sulla «cura della casa comune», per cui ha tratto espressamente ispirazione – e perfino il titolo: Laudato si’[15] – dal Cantico di frate sole (FF 263). Nel testo egli descrive il Santo come «l’esempio per eccellenza della cura per ciò che è debole e di un’ecologia integrale, vissuta con gioia e autenticità»:

[San Francesco] manifestò un’attenzione particolare verso la creazione di Dio e verso i più poveri e abbandonati. Amava ed era amato per la sua gioia, la sua dedizione generosa, il suo cuore universale. Era un mistico e un pellegrino che viveva con semplicità e in una meravigliosa armonia con Dio, con gli altri, con la natura e con se stesso. In lui si riscontra fino a che punto sono inseparabili la preoccupazione per la natura, la giustizia verso i poveri, l’impegno nella società e la pace interiore (LS 10).

Opportunamente, il papa parla di «ecologia integrale», affermando che povertà e austerità non erano, per san Francesco, «un ascetismo solamente esteriore, ma qualcosa di più radicale: una rinuncia a fare della realtà un mero oggetto di uso e di dominio» (LS 11).
Francesco d’Assisi visse dunque in una «meravigliosa armonia con Dio, con gli altri, con la natura e con se stesso»: il papa tratteggia, in tal modo, una sintesi inclusiva completa ed efficace. Dico “inclusiva” perché – come ho già anticipato – non di rado letture parziali dell’esperienza del Santo si sono incrociate e scontrate, con l’obiettivo di sottolineare un aspetto della sua poliedrica personalità a scapito dell’altro, se non in opposizione all’altro. In tal modo, come già si diceva, molti hanno finito per fabbricarsi un Francesco a proprio uso e consumo, senza preoccuparsi troppo se il ritratto confezionato fosse supportato dalle fonti. Si è giunti, così, ad avere un Francesco per ogni stagione – vegetariano, pacifista, patriottico e così via –, vivisezionandolo senza posa, estrapolando aspetti via via differenti della sua personalità per poi assolutizzarli fino a fare di essi il tutto di quell’esperienza, ma dimenticando spesso la sorgente da cui tutto era scaturito, vale a dire il suo rapporto con il Dio di Gesù Cristo.
Davvero non è questa la lettura di papa Francesco, il quale ancora ad Assisi, in occasione della giornata mondiale di «Preghiera per la pace» (Sete di pace. Religioni e culture in dialogo), riflettendo sulle parole di Gesù in croce: «Ho sete!» (Gv 19,28), esclamava:

[San Francesco], per amore del Signore sofferente, non si vergognava di piangere e lamentarsi a voce alta. Questa stessa realtà ci deve stare a cuore contemplando il Dio crocifisso, assetato di amore[16].

Neppure dev’essere quindi parziale il nostro approccio a questo pontificato, che manifesta invece una straordinaria coerenza d’insieme, oserei dire quasi una straordinaria coerenza francescana.


[1] In questo breve articolo non potrò, ovviamente, tener conto di tutte e singole le occasioni nelle quali il papa ha fatto riferimento a san Francesco d’Assisi. Mi limiterò, pertanto, a offrire una visione d’insieme facendo riferimento agli interventi, a mio avviso, più significativi.

[2] Cf. 2Test 1-3: FF 110. Sull’importanza di questo passo in ordine alla definizione del contenuto della scelta operata da Francesco, insistono, tra gli altri, R. Manselli, San Francesco d’Assisi. Editio maior, San Paolo, Cinisello B. (MI) 2002, 106-113; Id., San Francesco dal dolore degli uomini al Cristo crocifisso, in Id., Francesco e i suoi compagni, Istituto Storico dei Cappuccini, Roma 1995, 183-200; G. Miccoli, La proposta cristiana di Francesco d’Assisi, in Id., Francesco d’Assisi. Realtà e memoria di un’esperienza cristiana, Einaudi, Torino 1991, 52-53. I saggi di Manselli furono pubblicati originariamente nel 1980 e nel 1983; quello di Miccoli nel 1983.

[3] Manselli, San Francesco d’Assisi, 109.

[4] Sul Testamento di Francesco, oltre K. Esser, Das Testament des heiligen Franziskus von Assisi. Eine Untersuchung über seine Echtheit und seine Bedeutung, Aschendorff, Munster in W. 1949 (tr. it., Il Testamento di san Francesco d’Assisi, Edizioni Francescane Cammino, Milano 1978), si veda ora P. Maranesi, L’eredità di frate Francesco. Lettura storico-critica del Testamento, Porziuncola, S. Maria degli Angeli-Assisi 2009. Rinvio comunque alla rassegna critica di L. Lehmann, Studi sul Testamento di Francesco d’Assisi a partire dall’edizione di Kajetan Esser del 1949, in «Frate Francesco» 80 (2014) 331-374.

[5] Miccoli, Francesco d’Assisi. Realtà, 20.

[6] Sempre stimolante, a riguardo, la lettura di Manselli, San Francesco dal dolore.

[7] Francesco, Messaggio per la XXIX Giornata mondiale della gioventù (21 gennaio 2014), 3.

[8] Nella Considerazione III si narra infatti che frate Leone, mentre si trovava insieme a Francesco sulla Verna, avvicinandosi ormai la festa dell’Esaltazione della Croce (14 settembre), andò una volta «al luogo e all’ora» fissata per la preghiera; vedendo che Francesco non rispondeva, contravvenendo all’ordine che gli era stato impartito, si pose alla sua ricerca, finché non ne udì la voce e lo vide poi in orazione «con la faccia e con le mani levate al cielo, e in fervore di spirito sì dicea: “Chi se’ tu, o dolcissimo Iddio mio? Che sono io, vilissimo vermine e disutile servo tuo?”» (FF 1915). Sulle Considerazioni sulle stimmate, che in molti manoscritti seguono immediatamente il testo dei Fioretti, rinvio a F. Lapièrre, La vida a la luz de la pasión de san Francisco. Análisis de un itinerario spiritual en la fuente «La consideración sobre las llagas» divulgada en los «Fioretti», in J. Brunader - C.A. Lértora Mendoza (edd.), Un aporte a la historia de la cultura de los siglos XVII-XX. II Simposio sobre Bibliotecas y Archivos del área franciscana en América España y Portugal. Buenos Aires, 26-28 de agosto de 2004, Istituto Teológico Franciscano, Buenos Aires 2005, 305-322.

[9] Intervista a papa Francesco rilasciata a fine ottobre 2014 e riportata dai curatori in A. Tornielli - G. Galeazzi, Papa Francesco. Questa economia uccide, Piemme, Milano 2015, 210ss (ndr).

[10] Che papa Francesco consideri san Francesco come il “suo” santo l’afferma espressamente egli stesso. Si prenda, ad esempio, quanto dice nel messaggio di auguri inviato nel novembre 2016 al patriarca di Mosca Kirill per il suo settantesimo genetliaco. Nell’occasione papa Francesco ha donato al capo della chiesa ortodossa russa (l’ha reso noto l’ufficio stampa del patriarcato di Mosca riportando il messaggio di auguri del pontefice) alcune reliquie di san Francesco d’Assisi quale ringraziamento per il dono a sua volta ricevuto di parte delle reliquie di san Serafino di Sarov: «Sono lieto – ha affermato il papa nella circostanza – di offrire una parte delle reliquie di san Francesco d’Assisi, mio protettore celeste».

[11] Per Francesco cf. Rb VI,8: FF 91; ma si veda già Rnb IX,10-11: FF 32; per Chiara cf. RsC VIII,15-16: FF 2798. Chiara inserisce tali affermazioni nella sezione in cui tratta delle sorelle malate; è proprio nell’attenzione verso le sorelle malate che si manifesta pienamente il suo spirito evangelico e francescano (cf. anche RsC V,3: FF 2783), laddove si afferma che in infermeria, «per il sollievo e servizio delle inferme», è «sempre permesso alle sorelle» di «parlare con discrezione». Non vi si teneva conto, dunque, della regola del silenzio. Neppure Chiara accenna alla raccomandazione presente nelle Costituzioni di Ugolino (cf. n. 8) e nella Forma di vita di Innocenzo IV (cf. n. 4) – testi che pure furono per lei termine di confronto – nei quali si richiedeva, se possibile, di stabilire per le ammalate un’abitazione separata così da salvaguardare «l’ordine e la quiete delle altre».

[12] Francesco, Discorso in Cattedrale di San Rubino (Assisi) (4 ottobre 2013), 3.

[13] Francesco, Omelia alla Messa in Piazza San Francesco (4 ottobre 2013), 2.

[14] Com’è stato giustamente rilevato, «gli usi pubblici e contemporanei della figura del Santo oggi tendono spesso a indicare l’atteggiamento di Francesco nei confronti della pace come l’aspetto più importante e caratteristico della sua esperienza cristiana, trascurando però di comprenderlo come una naturale conseguenza della sua concezione evangelica. Astratto dal contesto da cui prende senso e attualizzato, tale atteggiamento assume contorni mitici e ideali, finendo col presentarsi come un’invenzione della memoria più che come una testimonianza della storia» (S. Migliore, San Francesco e lo «spirito di Assisi», in «Convivium Assisiense» 9 [2007] 54-55). E ancora: «L’eccessivo insistere sulla dimensione pacifista e inerme di Francesco d’Assisi – fuori soprattutto dal contesto di imitatio Christi che la ispirò – implica il rischio di grandi travisamenti» (ibid., 55). Molto profitto può ricavarsi dalla lettura di un libro della stessa autrice: S. Migliore, Mistica povertà. Riscritture francescane tra Otto e Novecento, Istituto Storico dei Cappuccini, Roma 2001.

[15] Francesco, Lettera enciclica Laudato si’ (24 maggio 2015) (LS).

[16] Francesco, Parole per la Giornata mondiale di «Preghiera per la pace» (20 settembre 2016). Qui il papa fa espresso riferimento alla Leggenda dei tre compagni 14 (FF 1413).


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